(Post scritto a quattro mani)
Horyzon, Capital City
Terapia Intensiva, Stanza 23
(Owen)
Ha smesso di contare i secondi, i minuti e le ore.
Ha smesso di cercare un dettaglio affascinante in un mare di bianco
puro e silenzio.
Ha smesso di sforzarsi, cercando di muovere le dita dei piedi.
Ha smesso di sperare e basta.
Per quel che lo riguarda, almeno.
Si rende conto di soffrire di tremenda ansia da abbandono. Vede solo
medici ed infermiere, gli stessi tutti i giorni.
Confida in un viso amico, prima o poi. In un sorriso che non sia solo
di falsa cortesia.
Si detesta, per la propria debolezza, conscio di pretendere senza
dare. O di dare troppo senza pretendere niente, questo sarebbe più giusto.
Quando sente bussare, dopo aver fissato ininterrottamente le immagini
della holotv per due ore, si rende conto che non ha più alcun desiderio: l’ha
soffocati tutti da un pezzo. Sarà il solito due infallibile, pronti a
controllare i monitor. Lo fa giù lui, credendo di poter ridurre il tempo della
visita.
La verità è che non sono loro.
- Scusami... non sono riuscita ad arrivare prima...
- Non scusarti. Non credevo nemmeno che ce l'avresti fatta.
- Certo che ce l'avrei fatta... posso spostare qualche impegno
- .. diciamo che ti perdono il ritardo solo perchè mi hai portato un
regalo.
- Ho pensato che ti facessero mangiare male da queste parti a dire la
verità.... non vorrei che poi tornassi a casa troppo smagrito.. e così
...vorrei farti ingrassare un po’, ecco tutto.
Le bende sotto ai guanti, la pelle magra tirata sulle ossa. Le oscillazioni improvvise, la mancanza di forza nell’alzarsi. Porca miseria, è un
miracolo se sta in piedi.
- Per quale motivo vuoi aiutarmi?
- Non so quali persone abbiano attraversato la tua vita, ne cosa ognuno
di loro ti abbia lasciato.. ciò che ho visto io, però, è il bisogno di qualcosa.
Qualcosa che sfugge spesso via dai tuoi sorrisi. Io non penso tu sia mai stata
abituata ad aver qualcuno disposto a prendersi cura di te. In ogni senso
possibile. Non parlo solo di amore ed affetto. Mi riferisco a tutto il resto.
- .. cosa sfugge via dai miei sorrisi?
- ….
- Se vuoi che qualcuno vada a dare da mangiare ai cani... sono
disponibile comunque.
- Dei cani c'è già chi se ne occupa. Ma se ti serve un posto dove stare
da me ce n’è parecchio.
- No, non preoccuparti... ho la mia camera alla Shouye e soprattutto
devo smetterla di accettare di trasferirmi da chiunque. Prendilo come un buon
proposito per l'anno nuovo..
- .. chiunque. - ripete solo quell'unica parola, abbozzando un sorriso
al buio della sera - ... come preferisci.
Guarda il comodino, dove ha poggiato la “pasticceria” che Daphne gli
ha portato la sera precedente. Mezza casetta andata, molti cioccolatini
spariti. Tanti orsetti senza più tesa o corpo.
Ha anche diversi fogli elettronici con alcuni enigmi, portati da
Andres.
Tanti ricordi di una sola notte ammassati l’uno sull’altro.
Il sorriso di uno.
La disperazione dell’altra.
La disperazione è qualcosa che gli brucia nel petto. Ha cercato in
ogni modo di strapparle un sorriso e nei suoi occhi ha solo visto tanta
tristezza e solitudine. Ha provato a farle raccontare qualcosa; nelle diverse
pause ha seguito solo i suoi occhi verso un cielo privo di stelle.
Poi l’ha lasciata andare, con la promessa di una partenza imminente –
una fuga – sapendo che non l’avrebbe più rivista.
(Daphne)
Aveva detto di no, che sarebbe andata via senza tornare e invece
eccola di nuovo fare la sua comparsa in quella stanza d'ospedale,
quell'ospedale che tanto odia, che la spaventa come quel mostro che si nasconde
nel buio sotto al letto mentre i bambini dormono.
Il volto arrossato, gli occhi lucidi di chi ha pianto e non è ancora
pronto a smettere, l'espressione imbronciata o forse semplicemente triste.
- Starò bene... promesso.
La voce è così flebile che quelle parole non possono che essere una
bugia. Nel modo in cui abbassa gli occhi è facile intuirlo, lei che è
un'attrice non ha la forza nemmeno per fingere. Tortura le dita guantate, sotto
la trasparenza dei ricami quelle bende sono visibili e sotto quelle bende i
tagli che lei stessa si provoca che altro non sono che sintomo di un profondo
malessere interiore che supera ciò che le parole dicono.
Non si avvicina però, un passo e potrebbe cambiare idea.
- Credo...credo sia il caso che
teniate tu ed Andres, Bau. Dimentico sempre di dargli da mangiare, e poi abbaia,
abbaia troppo... fatelo giocare però, ama dormire sul letto e ancora non ha
capito bene come funziona la storia di chi comanda, ma va bene così. Ogni tanto
cerca di mangiare la cioccolata ma credo che ai cani faccia...
Parla, straparla, un fiume di
parole dettate dal nervosismo di un addio impellente. Sommerge Owen con parole
inutili e vuote pur di non permettergli di soffermarsi sul vero motivo della
sua presenza li.
- Andres ha ragione, non potete
pensare a terzi, avete altro da fare, tu devi tornare a camminare, lui deve
riprendersi del tutto e parlare con me è come battere con la testa nel muro...
è così che va, ok? Preferisco stare da sola, ho anche io una casa, l'avevo
dimenticato.
Una casa avvolta nei ricordi che
non riesce a lasciarsi alle spalle, dove tutto è perfettamente li, dove l'unica
persona che lei abbia mai amato l'ha lasciata.
- L'ha detto anche lui, sono libera
di fare le mie scelte.
Mentre parla le lacrime scendono
lungo il suo volto, il respiro le si spezza e non guarda mai l'uomo, lo sguardo
è fisso a terra come se stesse parlando alle sue scarpe lucide firmate che
probabilmente costano quanto l'intero ospedale.
(Owen)
Il suo lavoro è l’analisi dei rischi, vale a dire fare previsioni di
ciò che è accaduto e di quello che accadrà. Niente è riuscito a prepararlo a
questo.
Non al suo ritorno.
Quando vede la porta aprirsi immagina subito un dottore. L’espressione
è già stanca, annoiata. Tesa. Ha in gola diverse frasi pronte per l’occorrenza:
“sto bene”, “non ho granchè male”, “quando riprenderò a camminare?”. Le solite, di rito.
Quando posa gli occhi sul viso di Daphne resta pietrificato, forse per
la prima volta in vita sua.
Lei che inizia a parlare, lui che non si azzarda ad interromperla MAI.
Quasi respira a stento, sbattendo di rado le palpebre.
Quelle della Yiji sono lacrime che non può frenare. Non può muoversi
per andarle incontro, non può sperare di convincerla a calmarsi.
- Ti prego, lasciami solo… provare.
Lo sa che saranno parole inutili, sospese nello spazio che c’è tra
loro. Stringe le lenzuola, scaricando il nervosismo sul tessuto leggero. Le
strizza contro ai palmi e si fa del male tendendo la schiena in avanti,
redarguito ben presto da una stoccata al costato. Il dolore è lancinante ed
immediato, gli toglie il respiro.
- Non deve andare per forza così, lo sai? Non sei obbligata a scappare,
ne a nasconderti. Tutto ciò di cui hai bisogno è qui. Hai Andres, qui.
Parla senza sapere quanti siano i problemi sotto alla superficie. Già
quello che sa lo indispone al tal punto che potendo la metterebbe sotto
sorveglianza. Invece no: certi lussi non se li può permettere.
Ricorda i graffi, ogni singola escoriazione che si è provocata
coscientemente. Sono ancora tutte li, torturate dalle dita.
Sono li a ricordargli la fragilità di un singolo attimo.
(Daphne)
- Io non ho nessuno qui.. io non ho più nessuno qui... è il prezzo del
potere. Avevo tanti amici..ho creduto in una famiglia, ma sono andati tutti
via.
Dice, la voce è triste ma sulle labbra un lieve sorriso, quasi
sdrammatizza, si intravedono le sue fossette, piccole e fragili, lasciano
credere che siano nate su di un volto destinato a sorridere alla vita e non a
spezzarsi prima del previsto. Un tempo non era così, è facile intuirlo anche se
lei lo nasconde. Una volta qualcuno la faceva ridere, una volta qualcuno
l'amava, una volta qualcuno le ha promesso la luna per poi portarle via i
sogni.
- Mi sono resa conto troppo tardi che il denaro non è tutto, che forse
sarei stata felice in una casa sull'albero e un abbraccio. Mi sarebbero bastati
per tutta la vita.
Ma a quel sogno ha rinunciato quando le è stato chiesto di fuggire, e
lei è rimasta inchiodata sul fondo di un pozzo da cui non riesce ad uscire,
da cui la bambina che non è mai stata chiede aiuto mentre l'adulta la soffoca.
Owen la osserva, vorrebbe che lei lo lasciasse provare, non può, non
può cedere di nuovo, e così ingoia le sue lacrime e mette insieme i cocci che
rimangono della sua maschera.
- Io devo andare... starò bene, te lo prometto ok? Starò bene.
Non attende una risposta, si allunga solo verso di lui per depositare
un lieve bacio sulla sua fronte come la sera precedente, poi va via, gli sfugge
dalle mani come sabbia. Daphne è andata via lasciando dietro di se il nulla
dell'assenza.
Al tempio c'è una poesia intitolata
'la mancanza' incisa nella pietra. Ci sono tre parole ma il poeta le ha
cancellate. Non si può leggere la mancanza, solo avvertirla.
(Owen)
- Io devo andare... starò bene, te lo prometto ok? Starò bene.
Nel momento in cui lei pronuncia quelle parole lui non ci crede.
La guarda avvicinarsi, socchiudendo gli occhi al bacio, ma appena si
allontana frena la mano sulla propria gamba.
Trattenerla vorrebbe dire far partire una discussione senza
precedenti.
Trattenerla vorrebbe dire “obbligarla” ad ascoltarlo. Il problema è
che Owen ora non ha la forza, ne la forma fisica adatta, per fare niente di
tutto questo.
Daphne gli scivola via dalle dita con leggerezza, come uno sbuffo d’aria
tiepido. Si lascia dietro una porta chiusa e l’immagine di un viso pieno di
lacrime.
L’attimo dopo cerca il pad tra i fogli elettronici, spargendoli
ovunque. Scorre la rubrica rapidamente, fermandosi su un nome: Andres.
Passa oltre: lo chiamerà dopo.
Prima ha un’altra persona da contattare.
Tre squilli, poi la risposta.
- Regy, ho bisogno di un favore..
Una frase che implica una gravità quasi tangibile.
Sarà un favore, uno di quelli tra criminali.