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venerdì 7 novembre 2014

If only...

Horyzon, Capital City
Saint Peter Street numero 49

Daphne
Owen, sto male.
Owen, ho paura.

Sono bastati due messaggi per farlo partire dalla Shouye, lasciando progetti e disegni in disordine, per recuperare Regy e portarlo a casa propria. Le luci della Città sfrecciano fuori dai finestrini. Le macchine a cui tagliano la strada spremono i clacson con rabbia feroce. Owen non vede altro la meta da raggiungere, con il navigatore che pulsa silenziosamente per indicargli le scorciatoie più utili.
Sul vialetto della villetta frena con tanta foga da alzare polvere e ghiaia, catapultandosi giù dalla macchina senza nemmeno chiudere lo sportello. Affronta persino la porta di ingresso con impazienza, graffiando la toppa con la chiave fino a che non riesce ad aprire la serratura. 
- Ti ha detto cos’ha?
- No.
- Si ma io ho portato…
- .. non lo so!

Vengono accolti dal buio. Tutte le stanze sono silenziose. Tutte tranne una: la camera da letto. Da li provengono gemiti e lamenti. Gli ultimi metri vengono fatti con la testa incredibilmente leggera ed il passo sciolto di un assassino verso la vittima. Si rende conto di aver una fottutissima paura, quella che ti gela il sangue nelle vene. Non vuole girare l’angolo perché l’odore lo sente già da li: metallo e morte. Chiude gli occhi, sfiora lo stipite con le dita e fa capolino. No, non c’è. Guarda il bagno, dove l’ombra di Daphne si intravede sulle piastrelle. I piedi si sono fatti di piombo, eppure cammina nella maniera più svelta che gli riesca. Ci sono impronte ovunque, in terra. Asciugamani sporchi, aria umida. Ogni rumore svanisce e lo sguardo si concentra sulle sue gambe pallide che tremano – che non la tengono più su. La vede aggrapparsi alle pareti e la vede piangere per il dolore che sta provando. 
- Esci da qui, ti prego. Esci. Non devi vedere.
- Ormai ho già visto.

L’afferra l’attimo dopo, tirandola su. Se la carica in braccio ed i vestiti si impregnano di rosso, incollandosi alla pelle. La sensazione vischiosa del sangue gli strappa battiti intensi;  fanno così tanta pressione sulle orecchie da fargli pensare che tra un po’ gli esploderà la testa. Non ha nemmeno percezione dei muri attorno a loro. Non si rende conto del percorso che fa per depositarla sul letto – ed una terrificante sensazione di déjà-vu lo uccide. 
- Salvaci. Ti prego... ti prego salvalo. Ti prego, Owen, ti prego...

Regy li accanto non sa cosa fare. Scuote la testa, gli dice già che è finita. Ad Owen muore qualcosa nel cuore: sa già che questa promessa non potrà mantenerla. Non riuscirà a salvare nessuno, non ciò che Daphne vorrebbe almeno. Le dice solo la bugia più dolce: adesso vediamo, starai meglio. Se lo ripete fino alla nausea.
Starà meglio.
Staranno tutti meglio.

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Nicole

Ha paura del buio. Lo capisce da come evita le zone d’ombra, da quanto abbraccia la luce dei lampioni tirando a stento un sospiro di sollievo. La vede tremare, la sente fredda. Si ostina perché vuole sapere cosa le sia successo in carcere. Si intestardisce a tal punto da fare l’unica cosa che gli potesse mai venire in mente: usare il genetic. Le stringe le spalle, chiude gli occhi e la rassicura in merito al fatto che nel buio non ci sia niente di male. Lo dice nell’attimo in cui la visione di lei lo uccide lentamente.
C'è una stanza piccola. Un paio di lavatrici. Probabilmente una lavanderia. Ci sono altri detenuti. Tutte tute arancioni comunque. E' tardi ed è buio. Le luci al neon illuminano solo qualche punto ed i secondini sonnecchiano anzicchè sorvegliare. Vede Nicole. Un sacco che le cala sopra la testa e che la fa sprofondare ancora di più nel buio. Sente la paura. L'impotenza ed anche una forma sottile di angoscia accarezzargli la pelle. Sente anche le grida mentre qualcuno ride. Quel qualcuno che non è lei. Sente anche il dolore. Un paio di fitte ai fianchi e due in pieno volto. Poi arriva solo il buio a dargli modo di immaginare il resto. 

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Grace

Porta al Ranch il cavallo, come promesso; la bestia dispettosa che gli distrugge le sigarette ogni volta che cerca di prenderne una. Ci ha rinunciato da molto tempo, d’altra parte, ma ascolta ciò che dice la Dottoressa annuendo. Altre domande premono le labbra; vorrebbe chiederle così tante cose che invece si ritrova a stare in silenzio per così tanto tempo da sembrare sospetto.
- .. chi è che supera le avversità con te, Grace?
- Beh... Sul lavoro ad esempio i miei rancheri mi danno una grande mano.
- .. e fuori dal lavoro?
- Perché me lo hai chiesto? 

Già, perché glielo ha chiesto? Perché voleva scusarsi, prendersi colpe che non ha. Dirle che non voleva. Ed invece se la ritrova a piangere tra le braccia, scossa da tremiti che incidono le ossa. Così piccola e fragile che stringendo un po’ di più rischierebbe di spaccarla in piccole schegge opache. Si ritrova a prenderla in braccio per portarla verso la casa senza un minimo di amor proprio: con la febbre, a torso nudo – perché le ha ceduto l’unico strato di stoffa che aveva, per tenerla al caldo – ed incurante delle proprie condizioni.
Ha preteso di assorbire anche il suo dolore.

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Megan

La cucina del Centro è accogliente, grande abbastanza da ospitare un tavolo lungo con molte sedie. Ha preparato un paio di panini, offrendone uno alla sorella. Si interessa alla sua vita, lavorativa ed amorosa. Si scusa per essere stato poco presente, per averla trascurata. Si stuzzicano con battute senza peso e confessioni leggere; la casa è tutta loro, non c’è nessuno. 
- Quindi ora sei pericoloso?

E’ una domanda che inizialmente Owen non capisce, perciò ci scherza su. Le dice “oh, ma io sono sempre stato pericoloso” con quel suo sorriso sfacciato e l’aria da cattivo ragazzo. 
- Voglio dire, che ora non hai più, quel freno che ti impediva di stare lontano da me. In quel senso dicevo.. Se.. dovessi intrufolarmi nel tuo letto.. 
Poi gli si aggrappa addosso, stringendo la camicia. Si sporge in avanti e lo bacia. Owen percepisce il movimento in ritardo ma la scansa comunque – anche se il calore gli si è appiccicato addosso. 
- Non pensare.
- Sei mia.. sorella, non puoi chiedermi di non pensare.

Da li in poi si sgretola. Lei non piange ma sa di aver sbagliato. Viene mandata via con grande nervosismo e rabbia. Un “come hai potuto” che aleggia nell’aria. Resta il tintinnio metallico di un ciondolo lasciato sul tavolo: il pezzo di un puzzle. Nessun saluto.

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Grace

Il negozio di fiori profuma così tanto da far venire mal di testa. Owen cerca qualcosa per la sera dell’inaugurazione: vuole la composizione perfetta. Grace si gira, infilandogli un fiore nel taschino della camicia “per ricordarci questa serata alla ricerca dei colori”. Lo stesso disegno che gli disegna con le dita sul vetro della Jeep, mentre si allontanano verso casa dei MacKenzie: ha una sorpresa per lei. L’accompagna in un fienile – dopo averle fatto vivere un intenso momento di terrore a bordo del fuoristrada impazzito – guidandola nel buio, ballando, in un percorso che s’è studiato per due ore. 
- Entro quanto gli hai detto di venire a cercarci nel caso non dovessimo tornare?
- Non hanno istruzioni, per quello.
- La cosa non mi consola. 
Si ferma con lei di fronte ad un angolo, tastando l’aria alla ricerca della cordicella per accendere la luce. 
- Ora chiudi gli occhi e continua a fidarti di me.
- Continuo a fidarmi. 
- .. aprili.

 Le presenta un cucciolo curioso, che guarda entrambi. 
- E'... è? Per...  - si indica. Non riesce ad articolare bene la domanda, così sorpresa da avere difficoltà ad arrivare alla conclusione ovvia della cosa.
- E' per te, si... è il piccolo miracolo che ti serve a stare bene. 
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Horyzon, Capital City
Saint Peter Street numero 49

Daphne

E’ in giardino, in piedi di fronte ad un barile dentro al quale ha messo le coperte sporche di sangue ed I propri vestiti imbrattati. Tra le mani una bottiglia di scotch, uno dei migliori che abbia trovato in zona. Un sorso appena, poi il resto lo versa per usarlo come accelerante. Per dar fuoco non usa l’accendino, solo un pacchetto di fiammiferi reduci dal suo viaggio a Maracay. Tutti assieme, con una fiammata che s’alza verso il cielo con un ruggito.

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Elian
"Un giorno passo, okay? Quando si calmano un po' le acque. Vorrei comunque vederti, a un certo punto."
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Megan
"Penso che potresti essere tu la mia nuova casa, in fondo sei già la mia famiglia.."

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Grace

[Un video messaggio. Viene inquadrata Grace e poi il cucciolo che tiene fra le braccia. La ripresa un po' storta, segno che non c'è nessuno a farla ma probabilmente il cpad è stato posizionato da qualche parte] 
Ciao Owen! <Lei saluta e fa muovere anche la zampa del cucciolo>
Volevamo dirti che noi stiamo bene anche se c'è qualcuno qui che non ha ancora un nome. Però ci stiamo lavorando! <Esclama, arricciando il naso divertita>
Volevamo augurarti una buona giornata visto che, grazie a te, questa è la nostra prima insieme.

<Sventola la mano per mimare il ciao e il video finisce>

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Grace
"M'importa sapere solo che tu resterai. Perché io resterò per te."
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Horyzon, Capital City
Saint Peter Street numero 49

Daphne

Scivola in terra accarezzando le mattonelle ruvide della facciata con la schiena. Si abbraccia le gambe, sgranando con i piedi scalzi il terriccio inumidito dalla rugiada. Daphne dorme nel letto, troppo sedata o addolorata per riuscire a guardarsi attorno. Owen non ha lavorato, è rimasto a fissare il soffitto per tutta la notte fino a che non si è trascinato in giardino cadendo di fronte al barile, ormai pieno di cedere, che lascia scappare verso l’alto una voluta di fumo grigia e densa. Si incanta con i giochi di luce e con i rumori delle case attorno.
Pensa ed in silenzio, per la prima volta, piange


lunedì 20 ottobre 2014

Black Hole

Horyzon, Capital City
Saint Peter Street numero 49

E’ quel momento, poco prima dell’alba, durante il quale si dorme meglio. Profondamente, senza sognare. Owen ci mette un po’ a rendersi conto che il pad sta vibrando sul comodino. Ha fatto due giri completi, quando lo afferra cercandolo a tentoni nella penombra. Si mette a sedere sul letto, passandosi la mano sulla faccia stropicciata dal sonno. Accetta senza nemmeno vedere di chi si tratti, anche se sul display è comparo il nome di Lee Chernenko. La risposta è un mugugno basso e roco, di chi non ha parlato nelle ultime ore. Mette a fuoco il profilo della giornalista molto lentamente, in quella che è chiaramente una video chiamata. Le sorride, lo fa sempre. Le notizie, però, lo fanno sprofondare, poco a poco, in uno stato di delirio non ancora manifesto. Sta li immobile, tra lenzuola sfatte – che ha calciato via durante la conversazione – e cuscini gelati che lo fanno rabbrividire. Quando la chiamata termina ha un’espressione strana, sul viso. Contratta, confusa. Spersa. Sta ancora metabolizzando, in assoluto silenzio, scivolando meccanicamente giù dal materasso e muovendosi scalzo fino al bagno. Accende la luce con una manata, senza guardare il proprio riflesso nello specchio ma catapultandosi verso il lavandino per aggrapparvisi contro con le dita. Rimette l’anima, niente altro che saliva e bile. Sono conati nervosi, di pieno shock. Conati che gli fanno tremare le spalle e mancare il respiro. Si ritrova ad annaspare, senza fare rumore: l’ultima cosa che vuole è svegliare Daphne. La fronte è umida di sudore freddo, anche se sente un caldo infernale. Si sciacqua il viso, pulendo tutto: cancella tracce e prove del cedimento. E’ troppo vergognoso perché qualcuno possa capire. Si butta sotto alla doccia persino, restandoci non più di cinque minuti: quando esce, avvolto in un asciugamano, ha uno sguardo diverso. Feroce.
Si incammina velocemente verso il salotto, scartando due dei miliardi di cani che popolano casa senza elargire carezze a nessuno. Cerca la borsa di Daphne, frugando al suo interno per trovare il pad. Niente, non c’è. Impreca, poi va in cucina; lo cerca addirittura nei cassetti.
L’alba passa ma il sole non spunta: piove ancora su Capital City e la giornata è più grigia che mai. Si veste in fretta, cominciando a far pulizia del proprio dispositivo e cancellando messaggi in rapida sequenza. Tutti, nessuno escluso; persino quelli ricevuti dalla sua stessa collega.
E’ un’ora dopo che sente qualcosa muoversi, il fruscio delle lenzuola: Daphne è sveglia. Sbircia oltre l’ingresso della camera e capisce, dall’espressione che ha, che deve aver letto la notizia appena uscita. Il bip dei messaggi che riceve è immediato: non tira nemmeno ad indovinare. Salta sopra al letto con i piedi, per raggiungerla in fretta. Le sfila il pad dalle dita, legge frettolosamente – e con un colpo al cuore – e poi cancella anche la sua lista, senza fermarsi. 
- Niente più contatti. Con nessuno.

Le uniche due frasi che le dice, con quel tono raschiante ed infastidito da chissà cosa. Poi scappa di nuovo, stavolta per preparare i borsoni: in realtà non li hanno nemmeno disfatti, dopo il ritorno da Greenfield. Li carica in macchina, poi l’aspetta: stavolta la tappa sarà Seven Hills, direttamente.


Seven Hills, Port Inverness
Albergo, Stanza

Ha scritto a Nicole perchè non ne poteva fare a meno. Poche parole, da un contatto cortex nuovo che ha disattivato subito dopo. Le da un appuntamento, poi semplicemente aspetta.
Aspetta diverso tempo, prima di fare o dire qualcosa. Si prepara all’incontro, truccandosi e tingendosi i capelli. Un uomo nuovo, un uomo dai capelli rosso rame e lentiggini sparse su tutto il viso. Sceglie abiti anonimi, poco eleganti e dai colori spenti; ha sempre tutto in valigia.
Vuole tornare a casa e non può.
Non lo ha mai desiderato tanto come ora.
C’è un tatuaggio a ricordargli i suoi doveri, le promesse. Lo sfiora con la punta delle dita, inspirando e chiudendo gli occhi.

Abbandona la camera dell’albergo sapendo che al ritorno sarà più sfatto che all’andata, che il peso sullo stomaco sarà aumentato e che il bisogno di tornare a casa – tra le calde sabbie del deserto – sarà straziante. 

martedì 14 ottobre 2014

Burlesque

Spazio, Carnival Mistress
Dunham’s suite.

Il rientro nella Suite, sulla Carnival Mistress, non si annuncia con nessuna parola ne rumore. Owen si china di fronte alla porta, recuperando un pacchettino con biglietto. Poi apre la porta, spingendola con la spalla, perdendosi nella lettura di poche righe che gli strappano un sorriso . All’interno, sul letto, Zoey già dorme. La vede da lontano, avvolta nel proprio pigiama – più comunemente definiti pantaloncini e maglietta -, e si muove per non svegliarla, sfilandosi le scarpe all’ingresso e spostandosi pian piano verso il bagno. La giacca l’abbandona su una sedia, sfoggiando ancora il rosso fuoco dei calzoni che, in un ambiente candido come la camera, lo fanno tanto sembrare un immenso punto esclamativo di pericolo. Accende la luce, gettando i vestiti in terra poco aver accostato l'uscio. Si guarda anche allo specchio, tastando all’improvviso l’interno delle tasche dei pantaloni (già buttati altrove) per trovare la pillola di Love Sugar sfusa, quella che ha tolto dalla scatolina della Rossa. Se la rigira tra i polpastrelli, sfiorato da un pensiero: no, non intende usarla. Forse gettarla nel lavandino, liberandosene. La mette assieme alla propria dose, cercando nell’astuccio per il bagno il flacone già pieno – tutto rosa. Mette le due caramelline assieme alle altre, oscillando il tubetto con un basso rumore: sono tutte li, ma quando mai le userà… chi lo sa.
Dal riflesso sbircia l’ampia vasca ad angolo, poi la doccia dalla parte opposta. Opta per quella, aprendo l’acqua e restando sotto al getto almeno dieci minuti abbondanti, sufficienti sia a scaldarsi che a cuocersi la pelle.
Non ha detto una parola da quando ha lasciato Daphne da sola. Si è allontanato, in maniera estremamente docile, nervoso e scazzato. Capita, quando succede che una serata ben programmata – e che prometteva di essere un capolavoro – si trasforma nella fiera del dramma. E’ diventato, nel giro di tre ore, il baluardo di ogni anima tormentata e piangente. Li ha visti sfilare tutti i visi affranti, da Zoey stessa piangente, ad Elian spersa, a Bettie pieno di disagio, a Daphne ansiosa ed arrabbiata. L’unico volto effettivamente sorridente è stato quello della sorella, Megan. Una apparizione fugace che s’è scontrata con il muro eretto dal lavoro.
Poi Regy: l’aveva invitato, ne era sicuro. Ci pensa uscendo dalla doccia ed avvolgendosi in un panno morbido che profuma di pulito. Raccatta il pad e compone il numero, sbirciando verso la camera per assicurarsi di non aver fatto rumore. 
- Ehi.. disturbo?
- Ahm, no.. che c’è?
- Ci sei venuto alla festa, si? Non ti ho mica visto.
- Si si, ci sono venuto.
- … e…?
- .. e cosa, Dunham? Mi sono divertito.
- Good. Bene.
- .. e tu sembravi comunque un pirla tutto vestito di rosso ma va beh.. te lo avevo già detto.
- Oh, ma allora mi hai visto! Perché diavolo non sei venuto a salutarmi?
- Mi sembravi impegnato.
- Ero circondato di persone, si. Ma non ero impegnato.. credo.
- Beh, parlavi. Sorridevi. Jeez, Dun, avevi tre belle donne attorno. Come cazzo facevi a non essere impegnato?
- Ah, ma vai a farti benedire Regy.. comunque, te la sei trovata la compagnia, si? Non ho pensato a procurartela.
- Non ho bisogno che mi trovi tu un donna, so fare da solo.
- Non ne dubito..
- .. cos’è, mi prendi per il culo?
- No, ho detto che ci credo.
- Mh.. ho visto la mora, la ragazza che avevi con te l’altro giorno che ci siamo incontrati.
- …
- .. Dun?
- Si, ci sono.
- L’ho vista, era li. Oh, era figa.
- Regy…
- Ok, ok. Comunque, era li che girava. Forse ti ha cercato, l’ho vista alzarsi un paio di volte per sbirciare la folla.
- Vedi? La prossima volta se ti fai vedere magari queste cose me le dici, eh?
- Right.
- Va beh, devo andare adesso. Vorrei provare a dormire.
- Con la Rossa che ti sei portato in camera?
- .. come caz.. no, non voglio sapere.
- Ehi, l’ho vista andare in camera tua e quindi ho pensato....
- Nah, hai pensato male.
- Ok. Ci sentiamo quando torni su Horyzon.
- Ya.

La comunicazione non si interrompe bruscamente, sfuma in un silenzio che chiarisce ad entrambi che non hanno niente altro da dirsi. Mette piede in camera silenziosamente, aggirando l’ampio letto per arrivare al borsone. Tira fuori i vestiti, con una ulteriore tappa nel bagno per cambiarsi, tornando poi verso il letto vagamente più rilassato. Afferra le coperte e le scosta, pronto a farsi scivolare sul materasso. Un mormorio di Zoey lo fa sobbalzare letteralmente – allora rilassato non lo era poi molto, mh?! – con tanto di sospiro troncato in gola e mezza bestemmia ringhiata tra i denti. 
- Mannaggia a te Red, mi farai prendere un infarto. – anche se per quello ci ha già pensato Megan giusto un’ora prima.

Ritrova il controllo, ci riprova, solo per sentirla mormorare un: “cos’è successo?”, assonnato e borbottato. 
- Mh, da dove inizio. Chiamiamola seratina di merda. – cadendo con la testa sul cuscino e guardando il soffitto. – Non ho mangiato, non ho bevuto e mi sono reso conto che il ‘verse ha un problema.. ma che ha scelto obbligatoriamente me per risolverglieli. – con un filo sottile di sarcasmo – Devo capire per quale strano meccanismo di energie negative io sia diventato il fulcro delle depressioni altrui ma, ehi.. lo capirò prima o poi. – coprendosi la faccia con una mano. – Tu, piuttosto? Mi dici perché hai pianto o no? Perché, davvero.. io la testa sulle spalle vorrei tenerla.. sai com’è.. – sorridendole nel buio.

La verità è che non ha voglia di intrattenersi ancora a parlare, perciò la tronca sul nascere con un: “facciamo che me lo racconti domattina, ora dormi”. Girandosi su un fianco – verso di lei – coprendo entrambi in maniera meticolosa e curata. Si mette a fissarle la chioma, le ciglia e le guance. Conta, nella speranza di potersi addormentare presto, ma tutto quello a cui riesce a pensare è di dover fare qualcosa. Non si sa cosa ma.. qualcosa. 

domenica 28 settembre 2014

Hate that I love you

Horyzon, pressi Capital City
Casa indipendente, Saint Peter Street, numero 49

La pioggia ha smesso di scendere da un po’, anche se il parabrezza è ancora bagnato. Nell’abitacolo del Suv c’è ancora l’odore di Nicole, sia del suo profumo che della sua pelle. E’ fermo nel vialetto di Casa, il motore spento e lo sguardo basso, a fissarsi le dita. Stringe le chiavi senza forza, rigirandole in un tintinnio metallico basso che scaccia appena il rumore del navigatore con la sua voce che annuncia l’arrivo a destinazione. Si tocca il collo, cercando sotto alla camicia aperta il ciondolo raffigurante il lupo che ulula – quello che gli ha regalato Daphne. Ci giocherella in maniera distratta, poi gli capita di guardare verso il sedile del passeggero e di trovarlo incredibilmente vuoto. E’ allora, in una panoramica più ampia, che si rende conto della scatola sul sedile posteriore. Il regalo è ancora li, abbandonato. Gli si stringe il cuore: non gliel’ha dato, dopo averla riaccompagnata. E’ scappato dopo qualche parola, un bacio sfuggente ma nessuna promessa.
Ora, invece, contempla il buio oltre i finestrini, guardando verso la villetta ed il prato bagnato. C’è qualche luce accesa: probabilmente è Serafel che si aggira tra una stanza e l’altra. Recupera il pad, accorgendosi del messaggio di Daphne: non torna a casa, non presto almeno. Le risponde, cominciando uno scambio veloce che lo lascia con un sospiro. Apre la portiera e si lascia scivolare giù, raccattando la giacca che si butta sulle spalle, appallottolando la cravatta - già levata - nella tasca dei pantaloni. Ha l’espressione sfatta, non quella di uno che si è appena concesso una serata di sesso, in macchina, dopo una litigata. Amore disperato, forse. Apre la porta in silenzio, sbirciando l’ingresso. Nessuno. Non sente rumori. Non subito, almeno. Gli otto cani lo investono un attimo dopo, uggiolando e scodinzolando alla ricerca di attenzioni. Fa una carezza a tutti, poi supera il corridoio puntando alla propria camera. Vi entra socchiudendo la porta, conscio che tanto la solitudine non durerà in eterno – visto il branco di animali che si ritrovano. Lancia i vestiti sul letto, deviando verso il bagno. Quella porta invece la chiude persino con la chiave, aprendo l’acqua della doccia. Si guarda allo specchio, gli occhi tristi e l’espressione tesa.
- Certo che sei proprio un idiota…
Se lo dice da solo, senza alcun sorriso. E’ un insulto, chiaro e pulito. Cerca conforto nel getto tiepido, con l’acqua che gli scivola addosso. Resta poggiato alla parete con entrambe le mani, il capo chino ed i capelli separati dal getto che cala sul collo. Ci sta una buona mezz’ora, senza muoversi molto, poi si avvolge in un asciugamano pulito strofinandone un secondo sulla testa. Non sceglie i vestiti, recupera solo un paio di boxer che si infila in maniera svogliata, uscendo così dalla stanza come se nulla fosse. Staunch e Sunshine lo seguono, mentre il resto del gruppo sonnecchia nel salotto. Lo affiancano vicino al frigo, che apre cercando dell’alcool. Ha poca fortuna, a quanto pare. Ripiega su un altro armadietto, vuoto anche quello. Torna verso la stanza cercando il pad tra i vestiti sporchi. Compone un numero.
- Ti va di andare ad una festa, stasera?
- .. cosa, che.. Dunham, sono le 3 del mattino.
- Secondo te me ne frega qualcosa?!  - alza la voce più del necessario, senza accorgersene.
- .. perché non te ne vai a fan…
- Ti prego, Regy. – il tono cambia, si fa basso e roco.
- Jeeez, Dunham. Cosa cazz… va bene, ok. Solito posto?
- No, mi sono trasferito. Ti mando l’indirizzo. Ti aspetto in giardino.
- Ma fa un freddo maledetto, Dun.. in giardino?!
- Senti, porta da bere, al resto ci penso io.

Aspetta Regy circa un’ora, prima di vedere oltre le vetrate lo sfarfallio dei fari. Esce vestito pesante, portando una giacca anche per l’amico. L’unico che gli è rimasto, e che sappia tutto, a quanto pare. Apre due sedie un po’ malridotte, piazzandole sotto la tettoia della casa. Il lato più lontano che ci sia, per non dare fastidio all’unica inquilina rimasta. Regy lo guarda, Owen non parla. Si scola solo una bottiglia di birra dietro l’altra in perfetto silenzio, fino a che la lingua non si scioglie un po’. Gli racconta della festa, del viaggio in macchina, del Belvedere. Tutto.

***
(sei ore prima)

- Dimmi, cosa vuoi che faccia?
Nicole Moore non chiede mai niente, è per questo che Owen di solito insiste per forzarle un po’ la mano. Le chiede di essere sincera, di svelare i suoi dubbi. Di parlare. Questa volta, però, preferirebbe guardarla tacere e basta. Le varie risposte gli si inchiodano in gola. “Baciami”. “Ti ho spezzato il cuore e lo sto spezzando anche a me stesso”. Niente di tutto questo, semplicemente un: non odiarmi.
La sente imprecare, la vede lanciarsi per raggiungerlo. Per riversare in un bacio tutto l’odio che prova, con forza e prepotenza. Lei che, dopo, chiede di “non andare via”. Lo ripete più di una volta. Gli dice “io credo di amarti” ed è ciò che scatena il panico. Owen le afferra le braccia con forza, con l’intenzione – pare – di lasciarla andare. Di spingerla via. Invece resta a guardarla con sguardo torvo e muscoli tesi. Poi l’avvicina, sussurrandole: allora non lasciarmi.
Non riesce a dire che forse l’ama anche lui.

***

L’ultima bottiglia tintinna in terra assieme alle altre. Regy raccoglie tutto in silenzio, scuotendo la testa.
- Avrei dovuto portarti qualcosa per dormire…
- No, non ne ho bisogno.
- Secondo me si, hai un aspetto di merda.
- Pazienza, passerà.

Lo lascia così, barcollando verso l’interno. Si aggrappa agli stipiti delle porte, agli angoli del muro, e non si sa come in camera propria ci arriva strisciando, con tutta la casa che gira su sé stessa. Non riesce a raggiungere il letto, cade molto prima dritto verso il comodino. Spacca la lampada, fa cadere la sveglia digitale e stampa la faccia contro l’angolino di legno. Crolla di lato, portandosi dietro solo un pezzo di coperta che non lo scalda.

Si sveglia un’ora dopo, con la testa che gira e la bocca impastata. Si mette in ginocchio, tastandosi il viso umidiccio, vicino al sopracciglio. Si è tagliato: poco male. Arranca tra i cuscini, gettando la felpa alla rinfusa senza guardare dove atterrerà. Non riesce a riprendere sonno, solo a fissare il vuoto li accanto, nel buio. In tempo, almeno, per sentire Daphne rientrare. Aveva detto che lo avrebbe svegliato per raccontargli una storia, perciò chiude gli occhi e finge di dormire – facendosi trovare in uno stato pietoso, puzzolente di alcool e frastornato. Ma con ancora un sorriso da spendere,  per lei. Uno i quelli poco convinti, stanchi e spezzati, che chiedono solo di non fare domande. 

domenica 14 settembre 2014

Breakdown


Yindù,
Appartamento, 76° piano.

(six years ago)

La casa è accogliente, più delle precedenti – e più di quello cui Owen è abituato -, al centro esatto di Yindù. Il tocco di una donna si vede in ogni dettaglio, dai colori sgargianti delle tende e dei soprammobili fino ad una punta floreale del profumo che può annusarsi in ogni corridoio e stanza.
Lui e Katrine ci vivono da un anno. I presupposti per un futuro assieme, una bella famiglia ed un matrimonio, sembrano esserci. Quantomeno lo credono entrambi. Lei lavora per l’Alleanza, Tenente da poco e figlia di un Comandante. Non è mai stato facile, eppure hanno imparato ad adattarsi ed incastrare gli orari per ritrovarsi la sera assieme, magari a guardare uno di quegli spettacoli pieni di azione sull’holotv.
Una routine sopportabile.
Owen lavora per alcuni privati, raccomandati dai genitori o da amici di amici. E’ molto impegnato su più fronti, appassionato ma non pienamente soddisfatto. Riceve l’offerta di una collaborazione con la Flotta una settimana più tardi, una chiamata che arriva direttamente dal Comandante. 
- Dunham, giusto?
- Dunham, Signore. Esatto.
- Mia figlia mi ha detto che è un libero professionista, che si occupa di consulenze.
- Esatto, Signore. Rientro nella categoria generalmente definita come “investigatore privato”. – ci mette un pizzico di ironia, un sorriso che il Comandante non può vedere al telefono ma che si sente dalla leggerezza della voce.
- Bene, bene. Può raggiungermi in ufficio domattina, 7.00 in punto?
- Non è un problema, Signore. Domani, 7.00 in punto.

Inutile dire che è elettrizzato. Un lavoro importante, interessante. Un potenziale trampolino di lancio per un cambiamento, sia nella carriera che su un piano nettamente più personale.
La notte la passa insonne, troppo agitato dalle svariate possibilità cui da vita in silenzio, al buio. Katrine li accanto dorme, ogni tanto si gira e gli sfiora le gambe con i piedi gelati.
Alle 5.00 si è già fatto la doccia, passando l’ora seguente davanti all’armadio per scegliere il completo migliore.
Si presenta nell’ufficio del Comandante Molder come un Man in Black. Nero e bianco, impeccabile, con la cravatta sottile appuntata da un fermaglio di argento, pregiato. Non guarda nemmeno la stanza attorno a sé, va dritto a sedersi di fronte alla scrivania. Per la prima volta è agitato, non riesce a stare fermo. 
- Laureato in Scienze Strategiche, master in Profiling e Criminologia..
- Si, Signore. Ho collaborato con degli avvocati, come consulente nei processi, e mi sono occupato di gestione dei rischi per diversi privati facoltosi.
- Si è mai occupato di interrogatori, Dunham?
- Signore.. è un colloquio di lavoro? – lo domanda con un sorriso un po’ cauto, teso.
- Risponda alla domanda, per favore.
- Si e no. Mi è capitato di preparare dei testimoni per conto di uno Studio o di valutarne altri in sede di processo. Non ho mai condotto interrogatori per fini militari, se è questo che intende.
- Se ho chiesto di lei è perché mi fido del giudizio di mia… figlia. Confido anche che di questo, con lei, non ne parlerà.
- … signore? – decisamente confuso. L’agitazione è scivolata via, resta solo un’immensa incertezza.
- Ci servono delle informazioni. Abbiamo catturato un noto pregiudicato, attualmente detenuto nelle nostre celle. Non parla.. e da queste parti gli esperti in materia scarseggiano. Non abbiamo tempo di farne arrivare uno da fuori, perciò sto chiedendo a lei di occuparsene.
- Avrò accesso ad informazioni classificate? – chissà perché la prospettiva lo alletta, tirandogli un sorriso.
- No.
- .. va bene. Come riuscirò a farlo il lavoro senza sapere cosa cercare?
- Firmi questo, Dunham. – gli porge un foglio, un modulo a dire il vero. Un modulo di arruolamento.
- …allora era davvero un colloquio di lavoro. – e no: non sembra felice.

Esita, con la penna a due centimetri dal foglio. Guarda l’uomo seduto li di fronte, l’espressione accigliata e pensierosa. Due secondi dopo mette il suo “autografo” e porge il documento di nuovo al Comandante.
- Benvenuto a bordo, Dunham. Ora avrà accesso alle informazioni classificate. – con un sorriso che di amichevole non ha niente.

Sembra, invece, un grosso gatto trionfante che si è appena mangiato un succulento topo.

Nel giro di tre mesi cambia tutto.
Minima frequentazione della casa, con sempre più notti passate a dormire in Base. I suoi sono orari assurdi, prevalentemente notturni. Di colleghi ne incontra pochi, come se le alte sfere gli volesse impedire di fare amicizia. Un giorno controlla la propria scheda, solo per curiosità. Nel database non trova niente.
Owen Dunham è un fantasma, non esiste. Non si è mai arruolato.
Quando chiede spiegazioni scopre che è tutto top secret, che nessuno a parte i capi devono sapere niente di ciò che fa. Il perché si scopre nel tempo, per la portata di ogni singolo incarico. Per la brutalità di quanto gli viene chiesto e per la semplicità che ha lui nell’eseguire.

E’ un Lunedì sera quando, terminato l’ultimo interrogatorio prima del previsto, torna a casa. Apre la porta e c’è solo silenzio. 
- Katrine?

La chiama in ogni stanza. La cerca ovunque. La trova in bagno, seduta in terra: il volto rigato di lacrime. Getta le borse in terra, lancia la giacca lontano e si accovaccia accanto a lei con in viso un’espressione allarmata. 
- Cosa è successo? Ti senti male? Katrine, guardarmi. Parlarmi.

La esorta con voce bassa, tesa. Con una mano la sfiora, con l’altra cerca il pad. Lei si scosta bruscamente, schifata. Owen non capisce. Si blocca con il respiro in gola, guardandola inginocchiato. Vorrebbe farle così tante domande che nemmeno una gli raggiunge la bocca. Restano tutte inchiodate sulla lingua. 
- Così alla fine hai accettato. – ha in viso un sorriso amaro, negli occhi un evidente rifiuto.
- .. cosa, tesoro? – lo chiede nonostante abbia capito tutto in un baleno. Ha la forza di sorriderle in maniera sottile, paralizzato.
- .. non chiamarmi tesoro! Non mi toccare, allontanati! – grida, e grida ancora. Piange, e piange ancora. Gattona sul pavimento, occupando l’angolo più remoto della stanza. Osserva Owen dietro un velo di capelli chiari, sottili fili d’oro.
- Katrine, non so di cosa tu stia parlando…
- Maledetto bastardo!
- Adesso piantala, ok?! Si può sapere cosa ti prende, dannazione?!
- .. cosa MI prende? Credi che io non sappia cosa fai?
- .. ma cosa faccio quando? Dove? O parli chiaramente o ti lascio qui, lo giuro.
- Perché, fino ad ora ci sei mai stato? – è così brutale, nel domandarglielo con vischiosa e falsa dolcezza che Owen resta impalato, sopraffatto dai sensi di colpa.
- Senti, Kat.. non so cosa ti prenda. Se è colpa degli ormoni, se hai bevuto, se ti hanno fatto girare i coglioni al lavoro. Io non starò qui a farmi insultare da te senza un motivo.
- .. sei tu quello di cui parlano, vero? Quello che lavora ai piani inferiori.

Una consapevolezza che lo investe come un camion. Raddrizza le spalle e si alza lentamente, aggrappandosi allo stipite della porta. 
- Tuo padre mi aveva assicurato…
- .. si, lo so cosa ti aveva assicurato. Ma sono sua figlia ed ho ancora un certo ascendente su di lui. Non mi ci è voluto molto per fargli sputare la verità. Quella che tu non mi hai mai detto.
- Cosa avrei dovuto dirti, mn? Ho dei superiori, ho degli ordini ed ho un lavoro da fare. E lo faccio, porta puttana!
- Sono anche io un tuo superiore, Dunham!
- No, non lo sei. Non hai il grado sufficientemente alto per questo!
- Oh, ma vaffanculo.
- Chiedilo al Comandante, vedi cosa ti risponde. Se hai dovuto fargli pressioni da figlia per sapere le cose allora sai anche che diversamente non avresti scoperto un cacchio!
- Quanto mi fai schifo, Owen.
- Fottiti, Katrine.

La fine arriva con una porta che si chiude, sbattendo. Oltre a tanto, troppo, silenzio.


Skyplex Hall Point
Owen’s Room

(two hours earlier)
- Chiedi, se vuoi sapere.

Andres è in piedi di fronte a loro. Poi si volta verso Owen. Gli occhi si spostano su di lui con un brivido fondo, il cuore gli sobbalza nel petto. Le labbra si schiudono, lo fissa con una gravità liquida negli occhi chiari, spalancati. Deglutisce. Chiedi, se vuoi sapere. Lui scuote la testa, ma ci mette molto. La scuote sulle prime piano, poi con più decisione.
- No. Non voglio chiedere. Non voglio essere parte di.. questa cosa. You both.. - sussurra. Gli occhi cercano Elian. - ...You both..? ...No.
Anche Lee sposta lo sguardo su Owen, aggrotta le sopracciglia, gli spinge addosso un disappunto vivo, bruciante. Parla piano, soffiando tra i denti parole che assumono quasi il suono di un sibilo. Ha tutti i muscoli tesi ed è finita seduta in punta alla sedia, non più rilassata su di essa, come se qualcosa l'avesse visibilmente agitata. Avvolge una mano attorno allo schienale della sedia, mentre poggia l'altra sul tavolo, a palmo aperto, premuto. Alterna lo sguardo tra i due febbrilmente, fermandosi su Andres quando lui pone implicitamente la seguente domanda. Both? Inspira a fondo, ma il respiro è più breve, ritmato. Quello di una persona lanciata verso l'orlo di un burrone a cui rimangono pochi istanti di lucidità per frenare. Parla ancora, il tono di voce stavolta è fermo, mantenuto assolutamente calmo, assertivo.
In quel momento Owen li guarda entrambi ed affonda, sempre più velocemente. In Andres vede lo stesso sguardo che sei anni prima gli ha rivolto Kat. La stessa rabbia in Elian.
Annaspa. Ha paura.  
Si alza, senza rimettere la sedia a posto.
Si sofferma su un punto non ben precisato vicino all’angolo del tavolo.
Riesce a dire solo due parole: Mi dispiace. a beneficio di entrambi, un po' per tutto. Per la brutalità di ogni parola, per essere uno schifo di persona che con non ci sa fare con i rapporti umani. Per il modo in cui sta fuggendo.

Si risveglia di soprassalto, colpendo una bottiglia vuota di vetro che va a sbattere contro la gamba del letto, tintinnando. E’ sdraiato in terra, le ultime parole del messaggio di Lee che gli infiammano gli occhi: Non ubriacarti per favore.
Ride, tossisce e si trascina verso il bagno, in tempo per cadere sul water e vomitare l’anima – assieme all’alcool.

Uno degli ultimi pensieri, prima di perdere di nuovo i sensi.

sabato 6 settembre 2014

Will you kill for me?

Horyzon, Capital City
Appartamento, 35° piano.

Sono giorni, e giorni, che lavora. Incessantemente, da lasciare lo stomaco vuoto ed il sonno alle spalle. Negli occhi brucia una determinazione febbrile, malata, che lo spinge a proseguire oltre il limite umano, raschiando il fondo. Ha il viso stanco, i vestiti sfatti. Nonostante questo siede al tavolo della cucina con le mani tra i capelli e la testa bassa sulla marea di fogli elettronici che ha sparso ovunque, fitti di appunti ed annotazioni utili al caso. E’ da poco che ha riaccompagnato Andres a casa di Lee e Gray; nel rientrare non si è nemmeno cambiato, ha solo abbandonato la giacca – senza grazia – sullo schienale della poltrona all’ingresso. La cravatta agganciata da qualche parte, la camicia appallottolata sulla sedia accanto alla propria. Sta cercando qualcosa, la classica “luce al fondo del tunnel”.
Non è mai stato così, mai. Non ci ha mai messo la medesima passione che ci sta mettendo ora, avvelenandosi il sangue. I flash, che gli fanno rivedere le condizioni dello Yiji, fanno stringere i denti e mancare il respiro. L’ha visto crollare e cedere, ha sentito sulla pelle la sua paura di aver sbagliato. Il pugno contro al tavolo cala un istante dopo, spostando una pila di documenti maniacalmente impilati e spandendo nel silenzio un suono sordo, secco. 
“Fuck”.

Lo ripete una, due, tre volte, aggirandosi come un animale in gabbia. 
“Pensa. Pensa. Pensa”.

Si tortura i capelli, stringe le braccia, scarica la tensione sui muscoli tesi: niente da fare, non si calma. Raccatta il pad, lasciato su un mobile basso, con un gesto brusco e rabbioso. Se Lucas non fosse sparito ora chiamerebbe lui per farsi prescrivere qualcosa, quantomeno per dormire. Invece il Medico non c’è. Non c’è nemmeno Megan in casa. Non c’è nessuno, a parte Staunch – il cane – che si muove irrequieto attorno a lui. Persino l’animale può sentire la pesantezza dello stato d’animo del padrone. Uggiola, ma Owen non lo guarda. Scorre la rubrica rapidamente, mordendosi le labbra fino a graffiarsele con i denti. 
“ Regy… Regy… dove cazzo è il contatto di Regy..”

Ufficialmente? Uno spacciatore. Uno dei bravi, si intende, che sintetizza la roba migliore. Ma lui non vuole della droga, gli annebbierebbe i senti. Owen vuole solo dormire. 
- Chi è..? Chi.. pronto?
- Regy! – una voce che esplode, piena di sollievo nervoso
- Chi… Oh oh, ‘Worth!
- Non volevo svegliarti, scusa Regy.. – non è da Owen scusarsi, non con Regy.
- Ehi amico, che… è morto qualcuno? – ironia spicciola che trasuda, stranamente, un pizzico di allarme.
- Hai qualcosa a portata da darmi?
- Qualcosa per….?
- Non mi serve niente di forte, non medito un’overdose. Non voglio nemmeno sballarmi Qualcosa che mi calmi i nervi, Regy.  Devo dormire. – non dice “vorrei”, “mi piacerebbe”: DEVO dormire.
- Dammi mezz’ora, ti scrivo l’indirizzo.

Mette giù la chiamata senza salutare: con Regy non ce n’è bisogno. Si riveste con la stessa camicia stropicciata, stavolta senza la cravatta. Prende le chiavi ed esce di casa, stavolta senza portarsi dietro Staunch. Sarà una toccata e fuga.


Capital City, Sobborghi
Red Lotus, Bagno delle Donne

Sono passati una notte ed un giorno. All’appuntamento con Lee ci arriva puntuale, chiuso in un involucro di pelle sintetica che lo f sembrare un vero macho. Ha cambiato persino il colore dei capelli: s’è fatto scuro, più castano e meno biondo.
Oltrepassa l’ingresso del Red Lotus guardandosi poco attorno, ancora meno le cameriere che gli rivolgono sguardi annoiati e stanchi. Tsk, immagine riflessa eh?
Va dritto verso il bagno delle donne, spalancandone la porta per trovare Lee appoggiata al lavandino.
Non ci vuole molto, in effetti, per farli esplodere entrambi. Covano una rabbia particolarmente intensa che spinta l’una contro l’altro fa scintille. L’aria crepita mentre si urlano addosso, coperti dal suono del phon costantemente acceso per coprire i segreti che condividono. 
“Io non voglio uccidere nessuno.”
Lee lo dice con un tale timore stretto tra i denti che fa male persin sentirla parlare.
La voce esplode nel piccolo bagno, rimbalzando contro alle pareti. No, non è una condizione accettabile. Non è una cosa che la sua coscienza potrebbe trattenere… o forse si? 
I sottintesi sono tantissimi. Si guardano e capiscono che lui ha ragione. Che entrambi ce l’hanno. Sembrano pronti a non aggiungere altro, ed invece.. 
Qualcosa, di quello che vede in lei, gli fa male al petto. L’idea che lei possa arrivare a pensare di chiedergli una cosa del genere – che lui farebbe senza pensarci, consapevole dell’importanza della causa – sgretola moltissime certezze. Il bisogno di chiuderla in un bozzolo spesso ed indistruttibile si fa immediata, nonostante questo reagisce in maniera istintiva piuttosto che ragionata. La osserva, respirando il profumo della sua pelle. La supplica di tenere gelosamente la brillantezza che ancora le schiarisce lo sguardo. Di non oltrepassare alcuna linea, di mantenere intatta la lucentezza – dall’anima. Una preghiera, ancora ed ancora.
Una preghiera che ripeterà nel buio quando la sentirà addormentata contro di sé, fissando il soffitto alla ricerca di una risposta.
O, più che altro, di una speranza.

giovedì 28 agosto 2014

Only a job

Richleaf, Maracay
Complesso Esperanza, Stanza

- Non ti piace avere la tua storia scritta sulla pelle?
- Ce l'ho scritta sulla pelle, anche se non si vede.. e non mi servono le cicatrici per ricordare quei giorni. Ne nessun altro giorno. Sono tracce indelebili che non scompaiono.
- E’ davvero il momento in cui avuto più paura, in tutta la tua vita?
- Penso di si. Era qualcosa che non potevo controllare in alcuna maniera, ne prevedere o scongiurare. Era tutta fortuna, o destino.. chiamalo come vuoi. Quello, comunque. Potevo solo sperare di uscirne vivo, tutto qui.
- E qual è il momento in cui sei stato più felice?
- Credevo fosse durante il mio "fidanzamento". Ma non era felicità quella. Era appagamento momentaneo, l'ho capito dopo.
- …non sai davvero dirlo?
- Forse da bambino. Non saprei. Tu invece? Quand'è stato?
- Il giorno che sono andata a vivere con i miei compagni. Avevo diciannove anni. Passammo tutta la sera a disimballare scatoloni con le mie cose e a parlare di come avremmo riarredato la casa. Sono stata felice... molte volte, nella mia vita. Ma non sono mai stata serena come quei periodi.

L’alba. L’hanno aspettata fino a che le palpebre non si sono fatte pesanti ed i corpi, sudati e stanchi, non sono crollati tra le lenzuola. Una traccia dorata ha fatto capolino oltre la finestra aperta, inondando la stanza di una calda luce che si è riflessa ovunque. Dal cortile proviene il vociare delle famiglie che vivono nei dintorni del Complesso Esperanza, un affittacamere da poco – anche se uno dei migliori della zona. Ci sono palazzi a ridosso l’uno dell’altro, balconi popolati di gruppi chiassosi e sereni che, nella loro comunità, banchettano e fanno festa. E ridono. E scherzano. Li ha ascoltati diverse volte nel corso del “soggiorno”. Li ha guardati, dalla penombra dietro alla finestra, e si è immaginato una vita così: semplice. Owen non è mai stato un tipo schizzinoso ne xenofobo. Per quanto Corer nel midollo ha viaggiato così tanto da aver imparato come mischiarsi e come vivere. A Maracay ha conosciuto il miele, i favi morbidi di cera, la semplicità dei locali di periferia dove tutti ti guardano ma pochi si fanno gli affari tuoi. O, almeno, così pare.  Ha girato tra le vie ed ha assaporato gusti e tradizioni spariti dai Pianeti del Core. Nettamente un altro ‘Verse, pare.
Ci pensa e ripensa ogni notte, ogni giorno, come ora che fissa il soffitto ad occhi aperti già da un paio di ore. Non si è mosso dal letto, non ha fatto capire di essere sveglio. All’inizio ha osservato Elian a lungo, sfiorandole la fronte con il dorso delle dita per sentire la temperatura. Le ha scostato i capelli dal viso, l’ha coperta e l’ha ascoltata respirare. Non l’ha mai sfiorata più del necessario, non ha preteso attenzioni. Persino quando scivola via dalle coperte, poggiando i piedi in terra, si assicura di non allarmarla. Un fruscio di lenzuola, un corpo che si gira e l’attimo trattenuto in un respiro: tutto è calmo, tutto è silenzioso. Il pavimento è caldo, ci si cammina scalzi piacevolmente. Si allontana dal letto raggiungendo il bagno, non prima di aver raccattato il pad dal comodino. Un’occhiata veloce all’ora – tarda – ed a messaggi e chiamate o aggiornamenti vari. Socchiude la porta, lasciando solo il riverbero della luce elettrica schiacciata con un ronzio costante e basso, fastidioso. La doccia dura poco e lo lascia umido anche dopo che si è passato un asciugamano tra i capelli legandolo in vita. Il ritorno al resto della stanza è silenzioso come l’allontanamento, solo che stavolta si lascia dietro una scia di vapore ed il profumo di un sapone dall’aroma forte, decisamente maschile. I vestiti che raccoglie sono semplici, anonimi. Non sono da lui ma li indossa comunque, come se stesse facendoci l’abitudine. Il *bip* del pad arriva poco dopo: un messaggio. Lo legge infilando le maniche di una maglia, sbirciando dal colletto senza ancora aver passato la testa. 
Quando torni andiamo a cercare casa. Deve essere piccola. Niente di troppo sfarzoso. In una zona dove c'è poco chiasso perchè la gente mi sta sulle palle e già ne vedo troppa sullo skyplex. Cioè mi accompagni a cercare casa. La casa la prendo io.  Tu ce l'hai già una casa anche se hai detto che vuoi cambiarla. Insomma..Hai capito..
..Si..Lo so che hai capito..
..Torna presto..

 Nicole 

Si ritrova a sorridere senza rendersene conto. In realtà è una risata soffocata in gola, camuffata con uno sbuffo basso che raschia le corde vocali. Non compone una risposta subito, lascia invece un foglio elettronico sul proprio cuscino – uno che Lee troverà al risveglio. 
Vado a compare da mangiare e da bere.  
Resta qui, aspettami.  
Mi raccomando.

Una precauzione in più, ora che la “scorta” è tornata su Greenfield. Lo sguardo si rabbuia per ogni passo fatto in direzione della porta. Di fronte a questa controlla le tasche: soldi, sigarette, accendino e pad. C’è tutto. Le chiavi, ecco cosa manca, trovate agganciate su una tavoletta di legno inchiodata al muro. Semplice, spartano. Utile. Solo un *click* basso segue l’uscita, poi l’eco dei passi lungo il corridoio e giù dalle scale.
Non guarda dove va, o più che altro non guarda le persone che incrocia con molta attenzione. Una cosa che gli costa davvero cara, oltretutto. Non coglie l’ombra dietro di sé, a seguirlo per una decina di minuti abbondante. Lo avverte il formicolio dovuto ad una osservazione estranea troppo audace, costante. Terribilmente fastidiosa. Non si gira, prosegue dritto fino al fondo del mercato, poi oltre all’imbocco di un vicolo. Lo scricchiolio del selciato calpestato da un’altra persona è come un grido nel silenzio. Forte, che strappa via l’aria dai polmoni. Non è ansia quella che gli stringe le viscere, solo un nervosismo più vivace che dilata le pupille e schiaccia le labbra in una linea netta e severa. Scarta di lato, su un vialetto costeggiato da negozi. Corre.. e lo fa nel posto meno indicato. Il brusio si alza subito dopo. Voci che seguono, che parlano un po’ Arabo un po’ Spagnolo: gruppo misto, pessima scelta. Si riscopre un ginnasta provetto, in grado di saltare ostacoli piuttosto alti ed a girare repentinamente senza cadere. Crede di farcela. Lo crede *davvero* con tutto sé stesso. Fino a che non viene caricato da un “bestione” che arriva di lato e che, in una semplice mossa, lo schiaccia contro ad un muro. Lo schianto è secco, porta via polvere e mattoni consumati. Sibila e digrigna i denti, aprendo gli occhi sul mastodontico profilo di Omar. Un sorriso dai denti d’oro, un alito fetido ed il grasso del corpo che traballa. Diamine se puzza. 
- Dunham
- Oh, fuck.. Omar. Che bello… rivederti.
- E’ da un po’ che ti cerco. Dove sei stato?
- Sai, qui e li. Potevi chiamare, il mio contatto lo hai.

Un’altra spinta, un’altra botta contro alla parete. 
- Ehi, perché non ti dai una calmata? Mi stai facendo male. 
Un grugnito, poi silenzio. Lo lascia così di scatto che per poco non perde l’equilibrio, rischiando di cadere in terra. Scrolla i vestiti, sbattendosi le mani sul petto e sulle braccia. 
- Allora, cosa c’è stavolta?
- Mi servi.
- Ok.. e per cosa?
- Lo saprai a tempo debito. Devi venire con me.
- Senti, ho da fare. Magari un’altra volta eh?
- Ho detto che devi – venire – con – me. Ora, Dunham.
- Non sono libero.
- Non mi interessa.
- Beh, a me si. Omar, si può sapere che cazzo vuoi?
- Due ore.
- Due ore per cosa? Non sono una prostituta che paghi a ore. Dimmi che vuoi.
- Due ore.
- Ohh, Omar ascoltami…

Il pugno arriva così veloce, e così forte, che nemmeno se ne accorge. Perde i sensi praticamente subito. Lo raccattano loro, caricandoselo in spalla.
Due ore.
Due ore di buio e di lavoro.
Due ore per cercare informazioni su un giro di droga locale, piccoli spacciatori che si fanno la guerra tra una strada e l’altra.
Due ore, prima di tornare in stanza senza cibo ne bevande.
... e con un occhio nero.



lunedì 25 agosto 2014

Home

Agatha, Mashhad
Dunham’s House

- Perché sei tornato?
- Se vuoi me ne vado eh?
- No, dico: perché sei tornato?
- Ho da lavorare, come sempre. Starò qui un po’.
- Pensavo che non ti avrei più rivisto.
- Già: lo pensavo anche io
Il clima torrido di Mashaad entra nelle ossa, scavandole. Lo senti nella pelle, sulla lingua. Nel sangue. L’afa chiude bocca e naso, ti soffoca come un sacchetto di plastica premuto sul volto. Eppure oltre alla terra si respirano spezie, vita ed una serie di sapori selvaggi ed inselvatichiti dei sobborghi. E’ da un po’ che non li frequenta. E’ da mesi – anni – che non mette più piede a casa. E’ figlio unico, o almeno si è sempre considerato tale, fino a che Maheb (detta Maab) non venne portata a casa sua. Una ragazzina rachitica, bruttina. Sperduta. Una ragazzina che per i primi anni della sua vita ha ignorato come la peste, fino a che – crescendo – non ha imparato ad apprezzarla. All’inizio solo per l’influenza degli ormoni, poi via via con maggiore coscienza e razionalità. Non l’ha mai toccata però. Non le ha mai sussurrato nulla nel buio dell’immensa casa. A stento l’ha trattenuta nei cortili a notte fonda, a guardarla parlare ed assaporando la sua voce così piena di meraviglia per tutto. Non è una sorella, ufficialmente non è mai stata adottata. Una mascotte, ecco. La stessa che Owen ritrova tornando a casa, un giorno di Agosto. Se la ritrova li davanti, impalata nell’ingresso con gli occhi sgranati e mille domande tra le labbra tremolanti. Ancora adesso si sentono gli anni di differenza, per quanti “pochi” siano. Lui regge ancora il borsone, tutti i vestiti ordinatamente piegati. Non ha più gli abiti eleganti, ha qualcosa di tessuto fresco e del colore della sabbia più fine che c’è, dorata. Le sta sorridendo, il suo modo di salutarla dopo quel breve scambio di battute. Poi lei si lancia in avanti, lui allarga un braccio per accoglierla. Le da un bacio sui capelli, respirando il suo profumo. La stringe e la tiene contro di sé anche quando l’entusiasmo iniziale della sorpresa è ormai scemato. E’ il mero bisogno di un contatto, necessario. 
- Chi c’è a casa? Sei sola?
- Mamma è allo Studio, Papà ancora in Ospedale. E’ uscito due ore fa, starà via tutta la notte. Ti preparo qualcosa da mangiare?
- Nel senso che vuoi cercare di avvelenarmi ancora una volta?

Ora Mab la prende sul ridere; qualche anno prima, invece, avrebbe piantato un muso incredibile non parlandogli per giorni. La cucina ha lo stesso odore di sempre, familiare e piacevole. Sospira a fondo, fino a farsi male i polmoni, poi si lascia cadere su uno sgabello accostato all’isola centrale, non lontano dai fornelli. La segue con gli occhi quando lei comincia a muoversi qui e li alla ricerca di piatti e cibo, aprendo e chiudendo più volte l’anta del frigo. 
- E’ da un po’ che non ti fai sentire. Come va il lavoro?
- Al solito, stressante e noioso. Mi sono trasferito temporaneamente su Horyzon, a Capital City. Aiuto un vecchio amico nella Flotta.
- Ti sei arruolato?
- Già. Per il momento, almeno. Poi non lo so. Tu hai cominciato il tirocinio in Ospedale? A che punto sei? 
- Lavoro da un anno già, non sono più una tirocinante.

Non lo sta rimproverando, perché sorride, ma la voce ha un che di malinconico. Sa di amarezza. Gli sottolinea, in maniera squisitamente dolce, il fatto che lui è stato assente. Che non ha chiesto, che non si è mai preoccupato di lei, di cosa facesse o di come stesse.
- Mi dispiace
- Non preoccuparti, eri impegnato..

Il silenzio cala velocemente, diventando opprimente. Poco dopo il rumore del piatto contro al ripiano interrompe la pausa. Si guardano, sospirano, poi Owen comincia a mangiare. All’inizio lo fa con calma, in maniera svogliata. Poi fa sparire tutto in poco meno di cinque minuti, agognando un bicchiere di succo che lei gli porge prontamente.
- Ho intenzione di portarti un po’ in giro finchè starò qui. Ho delle cose da andare a compare anche al Bazaar. Potresti venire con me.
- Oh beh, si.. se vuoi, certo…

Quel suo tentennare non gli piace. Sa di cose non dette. La fissa – lo ha sempre fatto – e si blocca con la forchetta a mezz’aria. Non le dice che dovrà anche lavorare, che è per quello che va al Bazaar. Gli hanno chiesto di cercare qualcuno – Lee – e lui intende cacciare ogni notizia in merito a quel Dylan Khan; di lui ha la foto nel taschino, nascosta.
Si alza dallo sgabello ed aggira il tavolo. Le va incontro, all’inizio, poi si blocca ad un metro di distanza, poggiato contro il bordo. 
- Mi faccio una doccia e mi preparo, poi usciamo. Ci vediamo qui fra una mezz’ora ok? 
Riceve solo un cenno della testa, un “si” troppo silenzioso per i suoi gusti. Non si ferma un secondo di più, facendo dietrofront verso l’ingresso e recuperando la borsa prima di risalire le scale. Due gradini alla volta, a passo sostenuto, travolgendo la porta della propria stanza e richiudendosela alle spalle con un tonfo. Espira, guarda in alto. Si incanta sulle travi del soffitto e sui disegni che vivacizzano le pareti. L’ambiente non gli è estraneo, nonostante questo non si sente a suo agio. Quando si sfila i vestiti, riprendendo a muoversi verso la doccia, lo fa con il peso di chi sa che l’uscita della sera sarà l’unica. Ha diversi lavori che lo aspettano.. e sa già cosa questo comporterà. Il fatto che da qualche parte, dentro di sé, ne sia intimamente soddisfatto è solo un particolare insignificante.
Domani è un altro giorno.