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venerdì 7 novembre 2014

If only...

Horyzon, Capital City
Saint Peter Street numero 49

Daphne
Owen, sto male.
Owen, ho paura.

Sono bastati due messaggi per farlo partire dalla Shouye, lasciando progetti e disegni in disordine, per recuperare Regy e portarlo a casa propria. Le luci della Città sfrecciano fuori dai finestrini. Le macchine a cui tagliano la strada spremono i clacson con rabbia feroce. Owen non vede altro la meta da raggiungere, con il navigatore che pulsa silenziosamente per indicargli le scorciatoie più utili.
Sul vialetto della villetta frena con tanta foga da alzare polvere e ghiaia, catapultandosi giù dalla macchina senza nemmeno chiudere lo sportello. Affronta persino la porta di ingresso con impazienza, graffiando la toppa con la chiave fino a che non riesce ad aprire la serratura. 
- Ti ha detto cos’ha?
- No.
- Si ma io ho portato…
- .. non lo so!

Vengono accolti dal buio. Tutte le stanze sono silenziose. Tutte tranne una: la camera da letto. Da li provengono gemiti e lamenti. Gli ultimi metri vengono fatti con la testa incredibilmente leggera ed il passo sciolto di un assassino verso la vittima. Si rende conto di aver una fottutissima paura, quella che ti gela il sangue nelle vene. Non vuole girare l’angolo perché l’odore lo sente già da li: metallo e morte. Chiude gli occhi, sfiora lo stipite con le dita e fa capolino. No, non c’è. Guarda il bagno, dove l’ombra di Daphne si intravede sulle piastrelle. I piedi si sono fatti di piombo, eppure cammina nella maniera più svelta che gli riesca. Ci sono impronte ovunque, in terra. Asciugamani sporchi, aria umida. Ogni rumore svanisce e lo sguardo si concentra sulle sue gambe pallide che tremano – che non la tengono più su. La vede aggrapparsi alle pareti e la vede piangere per il dolore che sta provando. 
- Esci da qui, ti prego. Esci. Non devi vedere.
- Ormai ho già visto.

L’afferra l’attimo dopo, tirandola su. Se la carica in braccio ed i vestiti si impregnano di rosso, incollandosi alla pelle. La sensazione vischiosa del sangue gli strappa battiti intensi;  fanno così tanta pressione sulle orecchie da fargli pensare che tra un po’ gli esploderà la testa. Non ha nemmeno percezione dei muri attorno a loro. Non si rende conto del percorso che fa per depositarla sul letto – ed una terrificante sensazione di déjà-vu lo uccide. 
- Salvaci. Ti prego... ti prego salvalo. Ti prego, Owen, ti prego...

Regy li accanto non sa cosa fare. Scuote la testa, gli dice già che è finita. Ad Owen muore qualcosa nel cuore: sa già che questa promessa non potrà mantenerla. Non riuscirà a salvare nessuno, non ciò che Daphne vorrebbe almeno. Le dice solo la bugia più dolce: adesso vediamo, starai meglio. Se lo ripete fino alla nausea.
Starà meglio.
Staranno tutti meglio.

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Nicole

Ha paura del buio. Lo capisce da come evita le zone d’ombra, da quanto abbraccia la luce dei lampioni tirando a stento un sospiro di sollievo. La vede tremare, la sente fredda. Si ostina perché vuole sapere cosa le sia successo in carcere. Si intestardisce a tal punto da fare l’unica cosa che gli potesse mai venire in mente: usare il genetic. Le stringe le spalle, chiude gli occhi e la rassicura in merito al fatto che nel buio non ci sia niente di male. Lo dice nell’attimo in cui la visione di lei lo uccide lentamente.
C'è una stanza piccola. Un paio di lavatrici. Probabilmente una lavanderia. Ci sono altri detenuti. Tutte tute arancioni comunque. E' tardi ed è buio. Le luci al neon illuminano solo qualche punto ed i secondini sonnecchiano anzicchè sorvegliare. Vede Nicole. Un sacco che le cala sopra la testa e che la fa sprofondare ancora di più nel buio. Sente la paura. L'impotenza ed anche una forma sottile di angoscia accarezzargli la pelle. Sente anche le grida mentre qualcuno ride. Quel qualcuno che non è lei. Sente anche il dolore. Un paio di fitte ai fianchi e due in pieno volto. Poi arriva solo il buio a dargli modo di immaginare il resto. 

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Grace

Porta al Ranch il cavallo, come promesso; la bestia dispettosa che gli distrugge le sigarette ogni volta che cerca di prenderne una. Ci ha rinunciato da molto tempo, d’altra parte, ma ascolta ciò che dice la Dottoressa annuendo. Altre domande premono le labbra; vorrebbe chiederle così tante cose che invece si ritrova a stare in silenzio per così tanto tempo da sembrare sospetto.
- .. chi è che supera le avversità con te, Grace?
- Beh... Sul lavoro ad esempio i miei rancheri mi danno una grande mano.
- .. e fuori dal lavoro?
- Perché me lo hai chiesto? 

Già, perché glielo ha chiesto? Perché voleva scusarsi, prendersi colpe che non ha. Dirle che non voleva. Ed invece se la ritrova a piangere tra le braccia, scossa da tremiti che incidono le ossa. Così piccola e fragile che stringendo un po’ di più rischierebbe di spaccarla in piccole schegge opache. Si ritrova a prenderla in braccio per portarla verso la casa senza un minimo di amor proprio: con la febbre, a torso nudo – perché le ha ceduto l’unico strato di stoffa che aveva, per tenerla al caldo – ed incurante delle proprie condizioni.
Ha preteso di assorbire anche il suo dolore.

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Megan

La cucina del Centro è accogliente, grande abbastanza da ospitare un tavolo lungo con molte sedie. Ha preparato un paio di panini, offrendone uno alla sorella. Si interessa alla sua vita, lavorativa ed amorosa. Si scusa per essere stato poco presente, per averla trascurata. Si stuzzicano con battute senza peso e confessioni leggere; la casa è tutta loro, non c’è nessuno. 
- Quindi ora sei pericoloso?

E’ una domanda che inizialmente Owen non capisce, perciò ci scherza su. Le dice “oh, ma io sono sempre stato pericoloso” con quel suo sorriso sfacciato e l’aria da cattivo ragazzo. 
- Voglio dire, che ora non hai più, quel freno che ti impediva di stare lontano da me. In quel senso dicevo.. Se.. dovessi intrufolarmi nel tuo letto.. 
Poi gli si aggrappa addosso, stringendo la camicia. Si sporge in avanti e lo bacia. Owen percepisce il movimento in ritardo ma la scansa comunque – anche se il calore gli si è appiccicato addosso. 
- Non pensare.
- Sei mia.. sorella, non puoi chiedermi di non pensare.

Da li in poi si sgretola. Lei non piange ma sa di aver sbagliato. Viene mandata via con grande nervosismo e rabbia. Un “come hai potuto” che aleggia nell’aria. Resta il tintinnio metallico di un ciondolo lasciato sul tavolo: il pezzo di un puzzle. Nessun saluto.

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Grace

Il negozio di fiori profuma così tanto da far venire mal di testa. Owen cerca qualcosa per la sera dell’inaugurazione: vuole la composizione perfetta. Grace si gira, infilandogli un fiore nel taschino della camicia “per ricordarci questa serata alla ricerca dei colori”. Lo stesso disegno che gli disegna con le dita sul vetro della Jeep, mentre si allontanano verso casa dei MacKenzie: ha una sorpresa per lei. L’accompagna in un fienile – dopo averle fatto vivere un intenso momento di terrore a bordo del fuoristrada impazzito – guidandola nel buio, ballando, in un percorso che s’è studiato per due ore. 
- Entro quanto gli hai detto di venire a cercarci nel caso non dovessimo tornare?
- Non hanno istruzioni, per quello.
- La cosa non mi consola. 
Si ferma con lei di fronte ad un angolo, tastando l’aria alla ricerca della cordicella per accendere la luce. 
- Ora chiudi gli occhi e continua a fidarti di me.
- Continuo a fidarmi. 
- .. aprili.

 Le presenta un cucciolo curioso, che guarda entrambi. 
- E'... è? Per...  - si indica. Non riesce ad articolare bene la domanda, così sorpresa da avere difficoltà ad arrivare alla conclusione ovvia della cosa.
- E' per te, si... è il piccolo miracolo che ti serve a stare bene. 
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Horyzon, Capital City
Saint Peter Street numero 49

Daphne

E’ in giardino, in piedi di fronte ad un barile dentro al quale ha messo le coperte sporche di sangue ed I propri vestiti imbrattati. Tra le mani una bottiglia di scotch, uno dei migliori che abbia trovato in zona. Un sorso appena, poi il resto lo versa per usarlo come accelerante. Per dar fuoco non usa l’accendino, solo un pacchetto di fiammiferi reduci dal suo viaggio a Maracay. Tutti assieme, con una fiammata che s’alza verso il cielo con un ruggito.

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Elian
"Un giorno passo, okay? Quando si calmano un po' le acque. Vorrei comunque vederti, a un certo punto."
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Megan
"Penso che potresti essere tu la mia nuova casa, in fondo sei già la mia famiglia.."

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Grace

[Un video messaggio. Viene inquadrata Grace e poi il cucciolo che tiene fra le braccia. La ripresa un po' storta, segno che non c'è nessuno a farla ma probabilmente il cpad è stato posizionato da qualche parte] 
Ciao Owen! <Lei saluta e fa muovere anche la zampa del cucciolo>
Volevamo dirti che noi stiamo bene anche se c'è qualcuno qui che non ha ancora un nome. Però ci stiamo lavorando! <Esclama, arricciando il naso divertita>
Volevamo augurarti una buona giornata visto che, grazie a te, questa è la nostra prima insieme.

<Sventola la mano per mimare il ciao e il video finisce>

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Grace
"M'importa sapere solo che tu resterai. Perché io resterò per te."
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Horyzon, Capital City
Saint Peter Street numero 49

Daphne

Scivola in terra accarezzando le mattonelle ruvide della facciata con la schiena. Si abbraccia le gambe, sgranando con i piedi scalzi il terriccio inumidito dalla rugiada. Daphne dorme nel letto, troppo sedata o addolorata per riuscire a guardarsi attorno. Owen non ha lavorato, è rimasto a fissare il soffitto per tutta la notte fino a che non si è trascinato in giardino cadendo di fronte al barile, ormai pieno di cedere, che lascia scappare verso l’alto una voluta di fumo grigia e densa. Si incanta con i giochi di luce e con i rumori delle case attorno.
Pensa ed in silenzio, per la prima volta, piange. 


martedì 14 ottobre 2014

Burlesque

Spazio, Carnival Mistress
Dunham’s suite.

Il rientro nella Suite, sulla Carnival Mistress, non si annuncia con nessuna parola ne rumore. Owen si china di fronte alla porta, recuperando un pacchettino con biglietto. Poi apre la porta, spingendola con la spalla, perdendosi nella lettura di poche righe che gli strappano un sorriso . All’interno, sul letto, Zoey già dorme. La vede da lontano, avvolta nel proprio pigiama – più comunemente definiti pantaloncini e maglietta -, e si muove per non svegliarla, sfilandosi le scarpe all’ingresso e spostandosi pian piano verso il bagno. La giacca l’abbandona su una sedia, sfoggiando ancora il rosso fuoco dei calzoni che, in un ambiente candido come la camera, lo fanno tanto sembrare un immenso punto esclamativo di pericolo. Accende la luce, gettando i vestiti in terra poco aver accostato l'uscio. Si guarda anche allo specchio, tastando all’improvviso l’interno delle tasche dei pantaloni (già buttati altrove) per trovare la pillola di Love Sugar sfusa, quella che ha tolto dalla scatolina della Rossa. Se la rigira tra i polpastrelli, sfiorato da un pensiero: no, non intende usarla. Forse gettarla nel lavandino, liberandosene. La mette assieme alla propria dose, cercando nell’astuccio per il bagno il flacone già pieno – tutto rosa. Mette le due caramelline assieme alle altre, oscillando il tubetto con un basso rumore: sono tutte li, ma quando mai le userà… chi lo sa.
Dal riflesso sbircia l’ampia vasca ad angolo, poi la doccia dalla parte opposta. Opta per quella, aprendo l’acqua e restando sotto al getto almeno dieci minuti abbondanti, sufficienti sia a scaldarsi che a cuocersi la pelle.
Non ha detto una parola da quando ha lasciato Daphne da sola. Si è allontanato, in maniera estremamente docile, nervoso e scazzato. Capita, quando succede che una serata ben programmata – e che prometteva di essere un capolavoro – si trasforma nella fiera del dramma. E’ diventato, nel giro di tre ore, il baluardo di ogni anima tormentata e piangente. Li ha visti sfilare tutti i visi affranti, da Zoey stessa piangente, ad Elian spersa, a Bettie pieno di disagio, a Daphne ansiosa ed arrabbiata. L’unico volto effettivamente sorridente è stato quello della sorella, Megan. Una apparizione fugace che s’è scontrata con il muro eretto dal lavoro.
Poi Regy: l’aveva invitato, ne era sicuro. Ci pensa uscendo dalla doccia ed avvolgendosi in un panno morbido che profuma di pulito. Raccatta il pad e compone il numero, sbirciando verso la camera per assicurarsi di non aver fatto rumore. 
- Ehi.. disturbo?
- Ahm, no.. che c’è?
- Ci sei venuto alla festa, si? Non ti ho mica visto.
- Si si, ci sono venuto.
- … e…?
- .. e cosa, Dunham? Mi sono divertito.
- Good. Bene.
- .. e tu sembravi comunque un pirla tutto vestito di rosso ma va beh.. te lo avevo già detto.
- Oh, ma allora mi hai visto! Perché diavolo non sei venuto a salutarmi?
- Mi sembravi impegnato.
- Ero circondato di persone, si. Ma non ero impegnato.. credo.
- Beh, parlavi. Sorridevi. Jeez, Dun, avevi tre belle donne attorno. Come cazzo facevi a non essere impegnato?
- Ah, ma vai a farti benedire Regy.. comunque, te la sei trovata la compagnia, si? Non ho pensato a procurartela.
- Non ho bisogno che mi trovi tu un donna, so fare da solo.
- Non ne dubito..
- .. cos’è, mi prendi per il culo?
- No, ho detto che ci credo.
- Mh.. ho visto la mora, la ragazza che avevi con te l’altro giorno che ci siamo incontrati.
- …
- .. Dun?
- Si, ci sono.
- L’ho vista, era li. Oh, era figa.
- Regy…
- Ok, ok. Comunque, era li che girava. Forse ti ha cercato, l’ho vista alzarsi un paio di volte per sbirciare la folla.
- Vedi? La prossima volta se ti fai vedere magari queste cose me le dici, eh?
- Right.
- Va beh, devo andare adesso. Vorrei provare a dormire.
- Con la Rossa che ti sei portato in camera?
- .. come caz.. no, non voglio sapere.
- Ehi, l’ho vista andare in camera tua e quindi ho pensato....
- Nah, hai pensato male.
- Ok. Ci sentiamo quando torni su Horyzon.
- Ya.

La comunicazione non si interrompe bruscamente, sfuma in un silenzio che chiarisce ad entrambi che non hanno niente altro da dirsi. Mette piede in camera silenziosamente, aggirando l’ampio letto per arrivare al borsone. Tira fuori i vestiti, con una ulteriore tappa nel bagno per cambiarsi, tornando poi verso il letto vagamente più rilassato. Afferra le coperte e le scosta, pronto a farsi scivolare sul materasso. Un mormorio di Zoey lo fa sobbalzare letteralmente – allora rilassato non lo era poi molto, mh?! – con tanto di sospiro troncato in gola e mezza bestemmia ringhiata tra i denti. 
- Mannaggia a te Red, mi farai prendere un infarto. – anche se per quello ci ha già pensato Megan giusto un’ora prima.

Ritrova il controllo, ci riprova, solo per sentirla mormorare un: “cos’è successo?”, assonnato e borbottato. 
- Mh, da dove inizio. Chiamiamola seratina di merda. – cadendo con la testa sul cuscino e guardando il soffitto. – Non ho mangiato, non ho bevuto e mi sono reso conto che il ‘verse ha un problema.. ma che ha scelto obbligatoriamente me per risolverglieli. – con un filo sottile di sarcasmo – Devo capire per quale strano meccanismo di energie negative io sia diventato il fulcro delle depressioni altrui ma, ehi.. lo capirò prima o poi. – coprendosi la faccia con una mano. – Tu, piuttosto? Mi dici perché hai pianto o no? Perché, davvero.. io la testa sulle spalle vorrei tenerla.. sai com’è.. – sorridendole nel buio.

La verità è che non ha voglia di intrattenersi ancora a parlare, perciò la tronca sul nascere con un: “facciamo che me lo racconti domattina, ora dormi”. Girandosi su un fianco – verso di lei – coprendo entrambi in maniera meticolosa e curata. Si mette a fissarle la chioma, le ciglia e le guance. Conta, nella speranza di potersi addormentare presto, ma tutto quello a cui riesce a pensare è di dover fare qualcosa. Non si sa cosa ma.. qualcosa. 

sabato 6 settembre 2014

Will you kill for me?

Horyzon, Capital City
Appartamento, 35° piano.

Sono giorni, e giorni, che lavora. Incessantemente, da lasciare lo stomaco vuoto ed il sonno alle spalle. Negli occhi brucia una determinazione febbrile, malata, che lo spinge a proseguire oltre il limite umano, raschiando il fondo. Ha il viso stanco, i vestiti sfatti. Nonostante questo siede al tavolo della cucina con le mani tra i capelli e la testa bassa sulla marea di fogli elettronici che ha sparso ovunque, fitti di appunti ed annotazioni utili al caso. E’ da poco che ha riaccompagnato Andres a casa di Lee e Gray; nel rientrare non si è nemmeno cambiato, ha solo abbandonato la giacca – senza grazia – sullo schienale della poltrona all’ingresso. La cravatta agganciata da qualche parte, la camicia appallottolata sulla sedia accanto alla propria. Sta cercando qualcosa, la classica “luce al fondo del tunnel”.
Non è mai stato così, mai. Non ci ha mai messo la medesima passione che ci sta mettendo ora, avvelenandosi il sangue. I flash, che gli fanno rivedere le condizioni dello Yiji, fanno stringere i denti e mancare il respiro. L’ha visto crollare e cedere, ha sentito sulla pelle la sua paura di aver sbagliato. Il pugno contro al tavolo cala un istante dopo, spostando una pila di documenti maniacalmente impilati e spandendo nel silenzio un suono sordo, secco. 
“Fuck”.

Lo ripete una, due, tre volte, aggirandosi come un animale in gabbia. 
“Pensa. Pensa. Pensa”.

Si tortura i capelli, stringe le braccia, scarica la tensione sui muscoli tesi: niente da fare, non si calma. Raccatta il pad, lasciato su un mobile basso, con un gesto brusco e rabbioso. Se Lucas non fosse sparito ora chiamerebbe lui per farsi prescrivere qualcosa, quantomeno per dormire. Invece il Medico non c’è. Non c’è nemmeno Megan in casa. Non c’è nessuno, a parte Staunch – il cane – che si muove irrequieto attorno a lui. Persino l’animale può sentire la pesantezza dello stato d’animo del padrone. Uggiola, ma Owen non lo guarda. Scorre la rubrica rapidamente, mordendosi le labbra fino a graffiarsele con i denti. 
“ Regy… Regy… dove cazzo è il contatto di Regy..”

Ufficialmente? Uno spacciatore. Uno dei bravi, si intende, che sintetizza la roba migliore. Ma lui non vuole della droga, gli annebbierebbe i senti. Owen vuole solo dormire. 
- Chi è..? Chi.. pronto?
- Regy! – una voce che esplode, piena di sollievo nervoso
- Chi… Oh oh, ‘Worth!
- Non volevo svegliarti, scusa Regy.. – non è da Owen scusarsi, non con Regy.
- Ehi amico, che… è morto qualcuno? – ironia spicciola che trasuda, stranamente, un pizzico di allarme.
- Hai qualcosa a portata da darmi?
- Qualcosa per….?
- Non mi serve niente di forte, non medito un’overdose. Non voglio nemmeno sballarmi Qualcosa che mi calmi i nervi, Regy.  Devo dormire. – non dice “vorrei”, “mi piacerebbe”: DEVO dormire.
- Dammi mezz’ora, ti scrivo l’indirizzo.

Mette giù la chiamata senza salutare: con Regy non ce n’è bisogno. Si riveste con la stessa camicia stropicciata, stavolta senza la cravatta. Prende le chiavi ed esce di casa, stavolta senza portarsi dietro Staunch. Sarà una toccata e fuga.


Capital City, Sobborghi
Red Lotus, Bagno delle Donne

Sono passati una notte ed un giorno. All’appuntamento con Lee ci arriva puntuale, chiuso in un involucro di pelle sintetica che lo f sembrare un vero macho. Ha cambiato persino il colore dei capelli: s’è fatto scuro, più castano e meno biondo.
Oltrepassa l’ingresso del Red Lotus guardandosi poco attorno, ancora meno le cameriere che gli rivolgono sguardi annoiati e stanchi. Tsk, immagine riflessa eh?
Va dritto verso il bagno delle donne, spalancandone la porta per trovare Lee appoggiata al lavandino.
Non ci vuole molto, in effetti, per farli esplodere entrambi. Covano una rabbia particolarmente intensa che spinta l’una contro l’altro fa scintille. L’aria crepita mentre si urlano addosso, coperti dal suono del phon costantemente acceso per coprire i segreti che condividono. 
“Io non voglio uccidere nessuno.”
Lee lo dice con un tale timore stretto tra i denti che fa male persin sentirla parlare.
La voce esplode nel piccolo bagno, rimbalzando contro alle pareti. No, non è una condizione accettabile. Non è una cosa che la sua coscienza potrebbe trattenere… o forse si? 
I sottintesi sono tantissimi. Si guardano e capiscono che lui ha ragione. Che entrambi ce l’hanno. Sembrano pronti a non aggiungere altro, ed invece.. 
Qualcosa, di quello che vede in lei, gli fa male al petto. L’idea che lei possa arrivare a pensare di chiedergli una cosa del genere – che lui farebbe senza pensarci, consapevole dell’importanza della causa – sgretola moltissime certezze. Il bisogno di chiuderla in un bozzolo spesso ed indistruttibile si fa immediata, nonostante questo reagisce in maniera istintiva piuttosto che ragionata. La osserva, respirando il profumo della sua pelle. La supplica di tenere gelosamente la brillantezza che ancora le schiarisce lo sguardo. Di non oltrepassare alcuna linea, di mantenere intatta la lucentezza – dall’anima. Una preghiera, ancora ed ancora.
Una preghiera che ripeterà nel buio quando la sentirà addormentata contro di sé, fissando il soffitto alla ricerca di una risposta.
O, più che altro, di una speranza.