sabato 6 settembre 2014

Will you kill for me?

Horyzon, Capital City
Appartamento, 35° piano.

Sono giorni, e giorni, che lavora. Incessantemente, da lasciare lo stomaco vuoto ed il sonno alle spalle. Negli occhi brucia una determinazione febbrile, malata, che lo spinge a proseguire oltre il limite umano, raschiando il fondo. Ha il viso stanco, i vestiti sfatti. Nonostante questo siede al tavolo della cucina con le mani tra i capelli e la testa bassa sulla marea di fogli elettronici che ha sparso ovunque, fitti di appunti ed annotazioni utili al caso. E’ da poco che ha riaccompagnato Andres a casa di Lee e Gray; nel rientrare non si è nemmeno cambiato, ha solo abbandonato la giacca – senza grazia – sullo schienale della poltrona all’ingresso. La cravatta agganciata da qualche parte, la camicia appallottolata sulla sedia accanto alla propria. Sta cercando qualcosa, la classica “luce al fondo del tunnel”.
Non è mai stato così, mai. Non ci ha mai messo la medesima passione che ci sta mettendo ora, avvelenandosi il sangue. I flash, che gli fanno rivedere le condizioni dello Yiji, fanno stringere i denti e mancare il respiro. L’ha visto crollare e cedere, ha sentito sulla pelle la sua paura di aver sbagliato. Il pugno contro al tavolo cala un istante dopo, spostando una pila di documenti maniacalmente impilati e spandendo nel silenzio un suono sordo, secco. 
“Fuck”.

Lo ripete una, due, tre volte, aggirandosi come un animale in gabbia. 
“Pensa. Pensa. Pensa”.

Si tortura i capelli, stringe le braccia, scarica la tensione sui muscoli tesi: niente da fare, non si calma. Raccatta il pad, lasciato su un mobile basso, con un gesto brusco e rabbioso. Se Lucas non fosse sparito ora chiamerebbe lui per farsi prescrivere qualcosa, quantomeno per dormire. Invece il Medico non c’è. Non c’è nemmeno Megan in casa. Non c’è nessuno, a parte Staunch – il cane – che si muove irrequieto attorno a lui. Persino l’animale può sentire la pesantezza dello stato d’animo del padrone. Uggiola, ma Owen non lo guarda. Scorre la rubrica rapidamente, mordendosi le labbra fino a graffiarsele con i denti. 
“ Regy… Regy… dove cazzo è il contatto di Regy..”

Ufficialmente? Uno spacciatore. Uno dei bravi, si intende, che sintetizza la roba migliore. Ma lui non vuole della droga, gli annebbierebbe i senti. Owen vuole solo dormire. 
- Chi è..? Chi.. pronto?
- Regy! – una voce che esplode, piena di sollievo nervoso
- Chi… Oh oh, ‘Worth!
- Non volevo svegliarti, scusa Regy.. – non è da Owen scusarsi, non con Regy.
- Ehi amico, che… è morto qualcuno? – ironia spicciola che trasuda, stranamente, un pizzico di allarme.
- Hai qualcosa a portata da darmi?
- Qualcosa per….?
- Non mi serve niente di forte, non medito un’overdose. Non voglio nemmeno sballarmi Qualcosa che mi calmi i nervi, Regy.  Devo dormire. – non dice “vorrei”, “mi piacerebbe”: DEVO dormire.
- Dammi mezz’ora, ti scrivo l’indirizzo.

Mette giù la chiamata senza salutare: con Regy non ce n’è bisogno. Si riveste con la stessa camicia stropicciata, stavolta senza la cravatta. Prende le chiavi ed esce di casa, stavolta senza portarsi dietro Staunch. Sarà una toccata e fuga.


Capital City, Sobborghi
Red Lotus, Bagno delle Donne

Sono passati una notte ed un giorno. All’appuntamento con Lee ci arriva puntuale, chiuso in un involucro di pelle sintetica che lo f sembrare un vero macho. Ha cambiato persino il colore dei capelli: s’è fatto scuro, più castano e meno biondo.
Oltrepassa l’ingresso del Red Lotus guardandosi poco attorno, ancora meno le cameriere che gli rivolgono sguardi annoiati e stanchi. Tsk, immagine riflessa eh?
Va dritto verso il bagno delle donne, spalancandone la porta per trovare Lee appoggiata al lavandino.
Non ci vuole molto, in effetti, per farli esplodere entrambi. Covano una rabbia particolarmente intensa che spinta l’una contro l’altro fa scintille. L’aria crepita mentre si urlano addosso, coperti dal suono del phon costantemente acceso per coprire i segreti che condividono. 
“Io non voglio uccidere nessuno.”
Lee lo dice con un tale timore stretto tra i denti che fa male persin sentirla parlare.
La voce esplode nel piccolo bagno, rimbalzando contro alle pareti. No, non è una condizione accettabile. Non è una cosa che la sua coscienza potrebbe trattenere… o forse si? 
I sottintesi sono tantissimi. Si guardano e capiscono che lui ha ragione. Che entrambi ce l’hanno. Sembrano pronti a non aggiungere altro, ed invece.. 
Qualcosa, di quello che vede in lei, gli fa male al petto. L’idea che lei possa arrivare a pensare di chiedergli una cosa del genere – che lui farebbe senza pensarci, consapevole dell’importanza della causa – sgretola moltissime certezze. Il bisogno di chiuderla in un bozzolo spesso ed indistruttibile si fa immediata, nonostante questo reagisce in maniera istintiva piuttosto che ragionata. La osserva, respirando il profumo della sua pelle. La supplica di tenere gelosamente la brillantezza che ancora le schiarisce lo sguardo. Di non oltrepassare alcuna linea, di mantenere intatta la lucentezza – dall’anima. Una preghiera, ancora ed ancora.
Una preghiera che ripeterà nel buio quando la sentirà addormentata contro di sé, fissando il soffitto alla ricerca di una risposta.
O, più che altro, di una speranza.