giovedì 28 agosto 2014

Only a job

Richleaf, Maracay
Complesso Esperanza, Stanza

- Non ti piace avere la tua storia scritta sulla pelle?
- Ce l'ho scritta sulla pelle, anche se non si vede.. e non mi servono le cicatrici per ricordare quei giorni. Ne nessun altro giorno. Sono tracce indelebili che non scompaiono.
- E’ davvero il momento in cui avuto più paura, in tutta la tua vita?
- Penso di si. Era qualcosa che non potevo controllare in alcuna maniera, ne prevedere o scongiurare. Era tutta fortuna, o destino.. chiamalo come vuoi. Quello, comunque. Potevo solo sperare di uscirne vivo, tutto qui.
- E qual è il momento in cui sei stato più felice?
- Credevo fosse durante il mio "fidanzamento". Ma non era felicità quella. Era appagamento momentaneo, l'ho capito dopo.
- …non sai davvero dirlo?
- Forse da bambino. Non saprei. Tu invece? Quand'è stato?
- Il giorno che sono andata a vivere con i miei compagni. Avevo diciannove anni. Passammo tutta la sera a disimballare scatoloni con le mie cose e a parlare di come avremmo riarredato la casa. Sono stata felice... molte volte, nella mia vita. Ma non sono mai stata serena come quei periodi.

L’alba. L’hanno aspettata fino a che le palpebre non si sono fatte pesanti ed i corpi, sudati e stanchi, non sono crollati tra le lenzuola. Una traccia dorata ha fatto capolino oltre la finestra aperta, inondando la stanza di una calda luce che si è riflessa ovunque. Dal cortile proviene il vociare delle famiglie che vivono nei dintorni del Complesso Esperanza, un affittacamere da poco – anche se uno dei migliori della zona. Ci sono palazzi a ridosso l’uno dell’altro, balconi popolati di gruppi chiassosi e sereni che, nella loro comunità, banchettano e fanno festa. E ridono. E scherzano. Li ha ascoltati diverse volte nel corso del “soggiorno”. Li ha guardati, dalla penombra dietro alla finestra, e si è immaginato una vita così: semplice. Owen non è mai stato un tipo schizzinoso ne xenofobo. Per quanto Corer nel midollo ha viaggiato così tanto da aver imparato come mischiarsi e come vivere. A Maracay ha conosciuto il miele, i favi morbidi di cera, la semplicità dei locali di periferia dove tutti ti guardano ma pochi si fanno gli affari tuoi. O, almeno, così pare.  Ha girato tra le vie ed ha assaporato gusti e tradizioni spariti dai Pianeti del Core. Nettamente un altro ‘Verse, pare.
Ci pensa e ripensa ogni notte, ogni giorno, come ora che fissa il soffitto ad occhi aperti già da un paio di ore. Non si è mosso dal letto, non ha fatto capire di essere sveglio. All’inizio ha osservato Elian a lungo, sfiorandole la fronte con il dorso delle dita per sentire la temperatura. Le ha scostato i capelli dal viso, l’ha coperta e l’ha ascoltata respirare. Non l’ha mai sfiorata più del necessario, non ha preteso attenzioni. Persino quando scivola via dalle coperte, poggiando i piedi in terra, si assicura di non allarmarla. Un fruscio di lenzuola, un corpo che si gira e l’attimo trattenuto in un respiro: tutto è calmo, tutto è silenzioso. Il pavimento è caldo, ci si cammina scalzi piacevolmente. Si allontana dal letto raggiungendo il bagno, non prima di aver raccattato il pad dal comodino. Un’occhiata veloce all’ora – tarda – ed a messaggi e chiamate o aggiornamenti vari. Socchiude la porta, lasciando solo il riverbero della luce elettrica schiacciata con un ronzio costante e basso, fastidioso. La doccia dura poco e lo lascia umido anche dopo che si è passato un asciugamano tra i capelli legandolo in vita. Il ritorno al resto della stanza è silenzioso come l’allontanamento, solo che stavolta si lascia dietro una scia di vapore ed il profumo di un sapone dall’aroma forte, decisamente maschile. I vestiti che raccoglie sono semplici, anonimi. Non sono da lui ma li indossa comunque, come se stesse facendoci l’abitudine. Il *bip* del pad arriva poco dopo: un messaggio. Lo legge infilando le maniche di una maglia, sbirciando dal colletto senza ancora aver passato la testa. 
Quando torni andiamo a cercare casa. Deve essere piccola. Niente di troppo sfarzoso. In una zona dove c'è poco chiasso perchè la gente mi sta sulle palle e già ne vedo troppa sullo skyplex. Cioè mi accompagni a cercare casa. La casa la prendo io.  Tu ce l'hai già una casa anche se hai detto che vuoi cambiarla. Insomma..Hai capito..
..Si..Lo so che hai capito..
..Torna presto..

 Nicole 

Si ritrova a sorridere senza rendersene conto. In realtà è una risata soffocata in gola, camuffata con uno sbuffo basso che raschia le corde vocali. Non compone una risposta subito, lascia invece un foglio elettronico sul proprio cuscino – uno che Lee troverà al risveglio. 
Vado a compare da mangiare e da bere.  
Resta qui, aspettami.  
Mi raccomando.

Una precauzione in più, ora che la “scorta” è tornata su Greenfield. Lo sguardo si rabbuia per ogni passo fatto in direzione della porta. Di fronte a questa controlla le tasche: soldi, sigarette, accendino e pad. C’è tutto. Le chiavi, ecco cosa manca, trovate agganciate su una tavoletta di legno inchiodata al muro. Semplice, spartano. Utile. Solo un *click* basso segue l’uscita, poi l’eco dei passi lungo il corridoio e giù dalle scale.
Non guarda dove va, o più che altro non guarda le persone che incrocia con molta attenzione. Una cosa che gli costa davvero cara, oltretutto. Non coglie l’ombra dietro di sé, a seguirlo per una decina di minuti abbondante. Lo avverte il formicolio dovuto ad una osservazione estranea troppo audace, costante. Terribilmente fastidiosa. Non si gira, prosegue dritto fino al fondo del mercato, poi oltre all’imbocco di un vicolo. Lo scricchiolio del selciato calpestato da un’altra persona è come un grido nel silenzio. Forte, che strappa via l’aria dai polmoni. Non è ansia quella che gli stringe le viscere, solo un nervosismo più vivace che dilata le pupille e schiaccia le labbra in una linea netta e severa. Scarta di lato, su un vialetto costeggiato da negozi. Corre.. e lo fa nel posto meno indicato. Il brusio si alza subito dopo. Voci che seguono, che parlano un po’ Arabo un po’ Spagnolo: gruppo misto, pessima scelta. Si riscopre un ginnasta provetto, in grado di saltare ostacoli piuttosto alti ed a girare repentinamente senza cadere. Crede di farcela. Lo crede *davvero* con tutto sé stesso. Fino a che non viene caricato da un “bestione” che arriva di lato e che, in una semplice mossa, lo schiaccia contro ad un muro. Lo schianto è secco, porta via polvere e mattoni consumati. Sibila e digrigna i denti, aprendo gli occhi sul mastodontico profilo di Omar. Un sorriso dai denti d’oro, un alito fetido ed il grasso del corpo che traballa. Diamine se puzza. 
- Dunham
- Oh, fuck.. Omar. Che bello… rivederti.
- E’ da un po’ che ti cerco. Dove sei stato?
- Sai, qui e li. Potevi chiamare, il mio contatto lo hai.

Un’altra spinta, un’altra botta contro alla parete. 
- Ehi, perché non ti dai una calmata? Mi stai facendo male. 
Un grugnito, poi silenzio. Lo lascia così di scatto che per poco non perde l’equilibrio, rischiando di cadere in terra. Scrolla i vestiti, sbattendosi le mani sul petto e sulle braccia. 
- Allora, cosa c’è stavolta?
- Mi servi.
- Ok.. e per cosa?
- Lo saprai a tempo debito. Devi venire con me.
- Senti, ho da fare. Magari un’altra volta eh?
- Ho detto che devi – venire – con – me. Ora, Dunham.
- Non sono libero.
- Non mi interessa.
- Beh, a me si. Omar, si può sapere che cazzo vuoi?
- Due ore.
- Due ore per cosa? Non sono una prostituta che paghi a ore. Dimmi che vuoi.
- Due ore.
- Ohh, Omar ascoltami…

Il pugno arriva così veloce, e così forte, che nemmeno se ne accorge. Perde i sensi praticamente subito. Lo raccattano loro, caricandoselo in spalla.
Due ore.
Due ore di buio e di lavoro.
Due ore per cercare informazioni su un giro di droga locale, piccoli spacciatori che si fanno la guerra tra una strada e l’altra.
Due ore, prima di tornare in stanza senza cibo ne bevande.
... e con un occhio nero.



lunedì 25 agosto 2014

Home

Agatha, Mashhad
Dunham’s House

- Perché sei tornato?
- Se vuoi me ne vado eh?
- No, dico: perché sei tornato?
- Ho da lavorare, come sempre. Starò qui un po’.
- Pensavo che non ti avrei più rivisto.
- Già: lo pensavo anche io
Il clima torrido di Mashaad entra nelle ossa, scavandole. Lo senti nella pelle, sulla lingua. Nel sangue. L’afa chiude bocca e naso, ti soffoca come un sacchetto di plastica premuto sul volto. Eppure oltre alla terra si respirano spezie, vita ed una serie di sapori selvaggi ed inselvatichiti dei sobborghi. E’ da un po’ che non li frequenta. E’ da mesi – anni – che non mette più piede a casa. E’ figlio unico, o almeno si è sempre considerato tale, fino a che Maheb (detta Maab) non venne portata a casa sua. Una ragazzina rachitica, bruttina. Sperduta. Una ragazzina che per i primi anni della sua vita ha ignorato come la peste, fino a che – crescendo – non ha imparato ad apprezzarla. All’inizio solo per l’influenza degli ormoni, poi via via con maggiore coscienza e razionalità. Non l’ha mai toccata però. Non le ha mai sussurrato nulla nel buio dell’immensa casa. A stento l’ha trattenuta nei cortili a notte fonda, a guardarla parlare ed assaporando la sua voce così piena di meraviglia per tutto. Non è una sorella, ufficialmente non è mai stata adottata. Una mascotte, ecco. La stessa che Owen ritrova tornando a casa, un giorno di Agosto. Se la ritrova li davanti, impalata nell’ingresso con gli occhi sgranati e mille domande tra le labbra tremolanti. Ancora adesso si sentono gli anni di differenza, per quanti “pochi” siano. Lui regge ancora il borsone, tutti i vestiti ordinatamente piegati. Non ha più gli abiti eleganti, ha qualcosa di tessuto fresco e del colore della sabbia più fine che c’è, dorata. Le sta sorridendo, il suo modo di salutarla dopo quel breve scambio di battute. Poi lei si lancia in avanti, lui allarga un braccio per accoglierla. Le da un bacio sui capelli, respirando il suo profumo. La stringe e la tiene contro di sé anche quando l’entusiasmo iniziale della sorpresa è ormai scemato. E’ il mero bisogno di un contatto, necessario. 
- Chi c’è a casa? Sei sola?
- Mamma è allo Studio, Papà ancora in Ospedale. E’ uscito due ore fa, starà via tutta la notte. Ti preparo qualcosa da mangiare?
- Nel senso che vuoi cercare di avvelenarmi ancora una volta?

Ora Mab la prende sul ridere; qualche anno prima, invece, avrebbe piantato un muso incredibile non parlandogli per giorni. La cucina ha lo stesso odore di sempre, familiare e piacevole. Sospira a fondo, fino a farsi male i polmoni, poi si lascia cadere su uno sgabello accostato all’isola centrale, non lontano dai fornelli. La segue con gli occhi quando lei comincia a muoversi qui e li alla ricerca di piatti e cibo, aprendo e chiudendo più volte l’anta del frigo. 
- E’ da un po’ che non ti fai sentire. Come va il lavoro?
- Al solito, stressante e noioso. Mi sono trasferito temporaneamente su Horyzon, a Capital City. Aiuto un vecchio amico nella Flotta.
- Ti sei arruolato?
- Già. Per il momento, almeno. Poi non lo so. Tu hai cominciato il tirocinio in Ospedale? A che punto sei? 
- Lavoro da un anno già, non sono più una tirocinante.

Non lo sta rimproverando, perché sorride, ma la voce ha un che di malinconico. Sa di amarezza. Gli sottolinea, in maniera squisitamente dolce, il fatto che lui è stato assente. Che non ha chiesto, che non si è mai preoccupato di lei, di cosa facesse o di come stesse.
- Mi dispiace
- Non preoccuparti, eri impegnato..

Il silenzio cala velocemente, diventando opprimente. Poco dopo il rumore del piatto contro al ripiano interrompe la pausa. Si guardano, sospirano, poi Owen comincia a mangiare. All’inizio lo fa con calma, in maniera svogliata. Poi fa sparire tutto in poco meno di cinque minuti, agognando un bicchiere di succo che lei gli porge prontamente.
- Ho intenzione di portarti un po’ in giro finchè starò qui. Ho delle cose da andare a compare anche al Bazaar. Potresti venire con me.
- Oh beh, si.. se vuoi, certo…

Quel suo tentennare non gli piace. Sa di cose non dette. La fissa – lo ha sempre fatto – e si blocca con la forchetta a mezz’aria. Non le dice che dovrà anche lavorare, che è per quello che va al Bazaar. Gli hanno chiesto di cercare qualcuno – Lee – e lui intende cacciare ogni notizia in merito a quel Dylan Khan; di lui ha la foto nel taschino, nascosta.
Si alza dallo sgabello ed aggira il tavolo. Le va incontro, all’inizio, poi si blocca ad un metro di distanza, poggiato contro il bordo. 
- Mi faccio una doccia e mi preparo, poi usciamo. Ci vediamo qui fra una mezz’ora ok? 
Riceve solo un cenno della testa, un “si” troppo silenzioso per i suoi gusti. Non si ferma un secondo di più, facendo dietrofront verso l’ingresso e recuperando la borsa prima di risalire le scale. Due gradini alla volta, a passo sostenuto, travolgendo la porta della propria stanza e richiudendosela alle spalle con un tonfo. Espira, guarda in alto. Si incanta sulle travi del soffitto e sui disegni che vivacizzano le pareti. L’ambiente non gli è estraneo, nonostante questo non si sente a suo agio. Quando si sfila i vestiti, riprendendo a muoversi verso la doccia, lo fa con il peso di chi sa che l’uscita della sera sarà l’unica. Ha diversi lavori che lo aspettano.. e sa già cosa questo comporterà. Il fatto che da qualche parte, dentro di sé, ne sia intimamente soddisfatto è solo un particolare insignificante.
Domani è un altro giorno. 

lunedì 4 agosto 2014

Non mi hai detto se...

Skyplex
Nicole's Room


All'inizio si è guardato attorno. Armi, arredamento spartano e minimale. Quasi gli ricorda la propria stanza a casa. Il regalo per Nicole lo ha lasciato sulla scrivania, in tempo perchè lei lo prendesse e si chiudesse in bagno, a prepararsi.
Owen è una persona paziente, è abituato ad aspettare. Qualche passo lo fa, andando da un muro all'altro – sbirciando ogni dettaglio che lei possa essersi lasciata dietro.
Tocca il dorso delle armi senza impugnarle, lasciando una traccia tiepida sul metallo. Poi alza lo sguardo verso le pareti, senza trovare qualcosa che effettivamente attiri l'attenzione. Se decide di ricader sul bordo del letto è perchè un po' si annoia. La giacca l'ha già sistemata un paio di volte sullo schienale della sedia, stirando maniacalmente ogni piccola piega. Poi si è toccato l'addome, rendendosi conto che oggi la cravatta non l'ha messa; un gesto naturale stroncato sul nascere. Passa alle maniche arricciate, poi al colletto, ed alla fine si lascia persin cadere di schiena contro al materasso fissando il soffitto. L'odore di lei è ovunque, impregna coperte e cuscino – quello che un attimo dopo afferra, trascinandolo accanto a sé. Vi si appoggia sopra con il gomito, poi scivola a premerci la guancia. Sembra sul punto di addormentarsi. E' allora che sente un rumore, la porta pronta ad aprirsi. Si alza di scatto, facendosi trovare pronto – sveglio – e vigile. Si blocca nell'attimo in cui lei esce dal bagno. Ha la schiena tesa, le spalle che fanno male per la rigidità che si impone. Ogni centimetro dell'abito diventa materia di studio. I bordi, i ricami, il colore. Scivola in avanti verso il bordo del letto. L'unica cosa che riesce a dirle è:
- Voltati.

Aspetta di sentire il fruscio dei suoi passi lenti prima di fare anche solo un movimento. Saperla girata, lontano dallo sguardo scuro che per un attimo ha adombrato gli occhi grigiastri. Le si avvicina senza fretta. La tocca con la delicatezza di chi ammira qualcosa di prezioso. La prima spallina dell'abito scende con facilità. L'altra mano l'afferra. La tiene. La chiude.
- Non mi hai detto se...

Non la fa parlare. Il vestito le cola via dal corpo lentamente, scoprendone ogni curva. L'avvicina ancora, senza la pressione di chi deve sfogare i propri bassi istinti. E' un accompagnamento lento e pieno, caldo.
- Le pretese dei tuoi colleghi...
- … saranno ampiamente ripagate.

Una pausa, un morso.
Poi un sorriso, intravisto nella penombra. Uno di quelli che regala le risposte migliori.  

Torment

Blackrock
Avamposto Alleato, Sotterranei.


Il sotterraneo è umido, polveroso. Soffocante.
Il rumore delle pale che girano sul soffitto ipnotico, costante. Fastidioso.
La tensione è tanto densa che si potrebbe tagliarla con un coltello.
Ci sono quattro persone nella stanza, tre barricate dietro ad un lungo tavolo lucido ed una seduta su una sedia, direttamente di fronte.
Owen ha l'espressione stanca, e nervosa, di un uomo che preferirebbe essere altrove. John Samuel Simmons, invece, lo fissa con una certa insistenza appesantita da una più palpabile arroganza. Nessun parla, nessuno dice niente. Owen è a disagio, guarda le pareti e le colate di condensa che tirano gocce scure, inquinate. Poi il soffitto crepato, traslucido. La luce è artificiale, giallognola: non illumina bene, fa solo male agli occhi.
Deve essere una prova di pazienza, a chi cederà per primo.
Owen prende un grosso respiro, in preparazione di una battuta che – sarcastica o meno – interrompa la pausa.
E' il Comandante subito accanto a Simmons a parlare, dopo essersi schiarito la voce.
- Lei sa perchè è qui?
- Ho un sospetto... ma preferirei arrivare al dunque. Qui dentro fa caldo.

Non è arrogante, solo scocciato. Ansioso. Il caldo è solo una conseguenza, non l'effettiva condizione.
- Il gruppo del Tenente Hoyt non è tornato. Nella zona sono stati sentiti scoppi, bombe. Le comunicazioni si sono interrotte all'istante. E' una zona buia, lui doveva andare in avanscoperta e riferire.
- Cosa dovrei fare io? Non sono un Assaltatore. Se vuole mand--
- Non ho finito di parlare, Dunham.
- …..
- Abbiamo intercettato un gruppo di esploratori dietro alle montagne, sbucati da alcuni tunnel. E' stato aperto il fuoco, dei cinque trovati ne sono rimasti due. Uno ferito gravemente, l'altro può ancora parlare.

Owen ha già capito cosa vogliono da lui: sapere e controllare. Si raddrizza sulla sedia, spingendo le spalle contro allo schienale. L'atteggiamento è cambiato; la sfacciataggine è sparita, oramai è solo concentrato. Assapora l'aria sfiorandosi le labbra con la lingua. Ha sete e guarda la brocca di acqua fresca di fronte a Simmons con evidente desiderio, anche se non gli chiede niente. Tortura persino le dita, graffiandosi i palmi con le unghie. E' in piena trepidazione: a volte serve poco per attirare la sua attenzione.
- Dov'è?
- Ultima stanza in fondo al corridoio. C'è già tutto.
- Tutto cosa?
- Tutto quello che serve.

Non domanda altro. Si alza e se ne va, senza guardarsi indietro. La stanza la raggiunge in fretta, solo per starci chiuso dentro tredici ore e mezza.
Quando esce ha le mani macchiate di sangue, gli avambracci tesi e lo sguardo febbricitante. Al soldato di piantone consegna un foglio elettronico.
- Queste sono le coordinate. Avete dodici ore prima che l'intera squadra venga fatta fuori. Consegni tutto a Simmons senior.
- Devo dirgli altro?
- Fai chiamare Simmons junior. Deve accertarsi delle condizioni di questo qui...

Non lascia molto da esaminare, effettivamente. Un viso che è una maschera di carne tumefatta, irriconoscibile. Bruciature sparse sul corpo e tagli ovunque. Quando Owen lascia la stanza sa già che quell'uomo non gli servirà più: tutte le informazioni che voleva le ha ottenute.
Uno dei suoi lavori peggiori.


sabato 2 agosto 2014

Shall we dance?

Horyzon, Capital City
Appartamento, 35° piano.


Owen non è uno che mette radici. Va dove lo porta il lavoro, dove può trovare una missione. Dove può sfogarsi. Quello è il vero fardello che si porta appresso: lo scempio che si è lasciato dietro negli anni e che non gli fa provare alcun rimorso o vergogna. Quello che scruta tutte le mattine allo specchio è un rifletto pericoloso: pur lasciando intravedere un sorriso sottolinea anche l'ombrosità degli occhi. E' uno sguardo determinato, fermo. Fisso e critico. Tanti l'hanno evitato, altri ancora l'hanno biasimato per molte cose. Lui si è sempre piaciuto.. e questo non è mai stato un bene.

L'appartamento che ha scelto a Capital City sa di fresco, di nuovo. Ha un arredamento minimal, principalmente bianco e nero, e pochi oggetti sparsi qui e li con grande stile ma poca personalità.. E' la tana di un uomo, si vede chiaramente che manca quel tocco femminile utile a rendere l'ambiente vivibile - e non triste come una camera di ospedale. C'è tutto e non c'è niente. Nessuna foto di amici e parenti, solo panorami classici appesi alle pareti per dare una breve nota di colore la dove manca. Sa più di rifugio, non di casa; una zona di passaggio, nella quale non lasciare traccia. Questione di abitudine, probabilmente. Il letto è spazioso, l'unico vezzo che s'è concesso. Lenzuola leggere, scure, tra le quali si rigira dall'alba. E' rientrato terribilmente tardi, sudato e stanco come se avesse corso una maratona. La notte di balli frenetici con Lee gli ha lasciato addosso il dolore dell'età che avanza – ma, in egual misura, la soddisfazione di un ragazzino che ha visto la propria libertà infinita, immensa. Guarda l'orario proiettato sul soffitto: 9,30 del mattino.
Tardi, terribilmente tardi.
Il pad lo trova sul comodino con una manata che rischia persino di farlo cadere, tirandoselo addosso in un gesto assonnato e stanco. Apre e chiude gli occhi un paio di volte, mettendo a fuoco il menù digitale troppo vivace per il buio cui è abituato; da persin fastidio.
Il primo nome che salta su dalla rubrica, tra i contatti veloci, è quello di Lucas. Medita su cosa scrivere e riduce tutto ad un: “arrivo in ritardo”.... ma va?
Arranca giù dal letto tra mugugni e sospiri, sedendosi lentamente e con le mani già schiacciate contro le guance.
Cose da fare:
- riuscire ad alzarsi
- doccia
- barba
- mangiare
… e non necessariamente in questo ordine.
Il primo passo è un trascinamento cauto oltre il tappeto, tanto per non inciampare. Si allontana giusto un metro prima di sentire il pad suonare. Lo fissa con un'occhiata truce, nella speranza di vederlo teletrasportarsi fino al palmo della propria mano. Cosa che non accade, in ogni caso, e che lo costringe a tornare sui propri passi per raccattarlo tra le coperte gettate disordinatamente. Schiaccia a caso i bottoni, non guarda nemmeno chi è: da per scontato sia Lucas con una osservazione delle sue.
- Cosa... che c'è? Ti ho detto che sono in ritardo.
- … mister Dunham?
La voce non è familiare, l'accento però si: casa. Il contatto non è nella rubrica, cosa ancora più strana. Il momento di silenzio si tronca quando, esaurite le scuse, schiarisce la voce per parlare.
- Mister Dunham? 
- Sono qui, sono qui.. Salve. Con chi ho il piacere?
- Il mio nome non è importante. La contatto per...
- Il suo nome E' importante se mi rompe i coglioni alle nove e mezza del mattino.
Dall'altra parte silenzio. Owen accarezza violentemente la tentazione di mettere giù senza chiedere altro. E' irritabile, anche a quest'ora.
- Mi chiamo Leroy Stone. Mi hanno detto di contattare lei per un certo lavoro. 
- … che lavoro? Ma, soprattutto: chi glielo ha detto.
- Ho amicizie altolocate, persone che lei sa benissimo preferirebbero restare anonime.
- Si, come il sottoscritto.. cosa non possibile, a quanto pare.
- Hanno preso mia figlia.
- Non è me che deve contattare per queste cose. Chieda alla Flotta: sequestri e varie sono di loro competenza. Vada dal Tenente Folham, lui se ne potrà occupare.
- .. abbiamo in custodia uno di loro.
- Uno di chi?
- Uno dei responsabili. Non vuole parlare. Non vuole parlare con nessuno.
- Cosa le fa credere che lo farà con uno come me?
- Mi hanno assicurato che sarebbe stato così.
- Le hanno assicurato male.
- Io credo di no.
Owen si guarda allo specchio. Ha il volto sfatto per la serata goliardica, un velo di occhiaie scure che appesantisce la tonalità dorata del viso. Ed è incazzato. Il nervoso brucia negli occhi, nelle pupille dilatate e nel fremito delle ciglia. Si tiene al mobile, teso in avanti. Inspira, espira.
- Non ho tempo e modo di venire fino li. Dovrà raggiungermi lei.
- Non è un problema. Mi dica solo dove.
- Glielo farò sapere a tempo debito. Per il momento si preoccupi solo di organizzare la partenza  ed il trasporto del “pacco”.
Si morde il labbro: è preoccupato. Lo è spesso, in casi come questi. Sta per mettere giù, senza aggiungere altro, quando dall'altra parte Stone si schiarisce la voce.
- ...cosa c'è ancora?
- Grazie.
- Ora non è il momento. Ne riparleremo più avanti.
Tronca la comunicazione di colpo, senza dargli tempo di aggiungere altro. Si sporge dalla porta del bagno il tempo di gettare il pad sul letto, sfilandosi la maglietta per andare a farsi una doccia. Ci sta già rimuginando su, lo fa sempre. Ogni lavoro diventa un tarlo che rode e corrode il cervello. Questo non è diverso dagli altri.

E' sempre così, è una maledizione.